una storia banale. una storia vera

11 Dec

Innamorarmi è il mio desiderio egoistico per eccellenza.

Trovare una persona e cercare di affibbiargli tutti i tratti distintivi di un potenziale uomo della mia vita, è il mio scopo primario, sia per favorire la sopravvivenza, sia per tenermi occupata e allegra per mezza giornata l’anno, di quell’allegria stupida che restringe il cervello talmente tanto da far credere al mondo che ti abbiano lobotomizzato.

Il guaio è che c’è sempre la possibilità di trovare una persona che faccia al mio caso. Chiaramente sempre il momento giusto per l’uomo sbagliato.

(Tranquilli, dura mezza giornata, il tempo materiale di rendersi conto che non ne valeva la pena e che le caratteristiche affibbiategli non gli corrispondevano).

Pura fantasia, un meccanismo per autoconvincersi, un modo pressoché esplicito di prendersi in giro da soli.

E poi stare male, sentirsi delusi, e pensare (a buon diritto) di aver fatto una cazzata.

E poi pensare a lui, a cosa avrà pensato, semplicemente per sapere se sono riuscita a sorprendere.

E poi pensare che è meglio prenderla con filosofia, che è solo un altro che mi ha illuso, o meglio ancora, che non voleva, non lo sapeva, ma mi ha illuso.

E poi cercare i lati negativi, quelli che prima sembrano solo dettagli.

Prenderli e metterli al centro dell’ analisi, per dimostrate al mondo di aver preso un abbaglio.

E così esce fuori la realtà (un po’ gonfiata, un po’ anche no): che è pazzo, che è schizzato, che non sa parlare italiano, che non ha interessi, che non si veste nel modo giusto, che è biondo, e i biondi, si sa, sono per le romantiche che aspettano il principe azzurro.

E poi torna la voglia di difenderlo, di vedere in lui una persona sincera, adattabbile, che sa stare con la gente, che sa divertirsi, che sa trasgredire. E i lati negativi, si perdono di vista.

A questo punto viene la fase: “diamogli un’altra chance”

Una volta accettata e detta ad alta voce quest’affermazione, si ricomincia dal punto di partenza: mi sono innamorata (da sola), e non ho nemmeno intenzione di guardare in faccia la realtà.

Perseverare è diabolico, ma io, me lo merito.

Qui parte la storia, una storia fatta di sorrisi e di lacrime. Una storia come tante, tantissime altre, che avrete sentito vissuto e sognato.

Una storia banale. Una storia vera.

E’ stato un sogno

Un incontro casuale o cercato, tutto calcolato dalla prima all’ultima mossa, eppure tutto così spontaneo.

Tutto così allegro, così alcolico, così dolcemente simpatico.

Il modo d’incontrarsi, di sorridersi, di guardarsi.

Il modo così ingenuo di cercarsi, di sfiorarsi, di stabilire un contatto.

Il suo braccio intorno alla vita, una sua carezza improvvisa dopo una battuta stupida, dopo uno sguardo da bambina.

Tutto consumato così intensamente, così avidamente da togliere il respiro.

Rinchiusi in una splendida voragine di emozioni e di sensazioni nobili, si cercavano per non perdersi, per non lasciarsi allontanare, per non far sì che arrivasse quell’inatteso risveglio che li avrebbe separati.

Si tenevano così stretti da sentire uniti i respiri, ma le menti erano altrove, e gli occhi erano aperti. Era una sfida.

Una sfida continua di sguardi per la supremazia, di cedimenti e debolezze.

Una sfida per il dominio, che nessuno può mai vincere.

Una lotta e insieme uno sforzo indicibile per allontanare la mente, per non sentirsi coinvolti, per non cedere a un amore istantaneo e incosciente.

I pensieri sono sempre più forti, i doveri si fanno rispettare, e quel che conta è perdere il controllo fisico, ma mai quello mentale.

L’importante è sentirsi leggeri per un po’, ma non essere così stupidi da farsi prendere di sorpresa da quel colpo sordo che arriva al risveglio.

L’importante è non credere nei sogni (ma sperarci sempre un po’).

L’importante è mantenersi sulle proprie gambe e andare avanti, anche se lo stomaco si spacca e la mente è affollata da pensieri nostalgici e da domande rabbiose.

L’importante è non cedere ai compromessi tra testa e cuore e mantenere sempre ferma una posizione.

L’importante è non lasciar cadere la propria dignità, e non cercare di nutrire il proprio ego con altre vie di fuga.

L’importante è accettare il sogno, accettare che sia tale e continuare a sognare a occhi aperti.

Dormire fu impossibile.

Gli occhi continuavano ad aprirsi per mantenere la mente legata alla realtà, per convincermi a toccare la realtà e credere realmente che non era stato un sogno.

E quando la debolezza mi prendeva, nei miei sogni c’era lui, sempre di spalle, e io, con un sorriso, negli occhi, nelle labbra e nel cuore. Ogni volta era un’immagine diversa, una situazione diversa, ma ogni volta più bella e reale.

Sognavo il nostro futuro insieme. Lo sognavo a occhi chiusi. Al buio.

Anche svegliarmi fu impossibile.

Sapere di dover andare incontro a una giornata altalenante e isterica, che avrei dovuto bilanciare tra entusiasmo, euforia, e picchi di nervosismo e follia.

The day after, il down, il giorno dopo è sempre tragico. Soprattutto se hai trovato ciò che vuoi o semplicemente credi fermamente che sia così.

E’ tragica l’attesa (le attese sono sempre dolci ed esasperanti insieme).

L’attesa di una chiamata, che non arriverà. L’attesa di una chiamata che non arriverà, e una chiamata, la mia, per cercarlo, che non dovrà partire.

La lotta, cerebrale e interiore, termina sempre con il cedimento. Un durissimo compromesso con l’orgoglio, che finge di esistere e risiedere ancora in me.

Un messaggio (noi della generazione zero abbiamo fin troppi mezzi per comunicare) un testo scritto, poco impegnativo, che nella sua essenza è un segnale, una richiesta di aiuto, l’espressione più sintetica del desiderio di essere rassicurati.

In momenti del genere, cedere significa perdere. La risposta non era fondamentale ai fini della mia pace interiore.

Il cataclisma era già avvenuto. Cedere significava decidere di chiudere. Cedere significava dare all’orgoglio la possibilità di esprimere la propria opinione.

Niente di fatto: nuove domande

Perché vivere così male? Perché lasciare che emozioni forti, belle e travolgenti diventino incubi? Perché lasciarsi rovinare la vita dal passato?

Le esperienze segnano, anche quelle più stupide. Segnano soprattutto perché l’orgoglio non dimentica. Segnano se sei un soggetto tendenzialmente predisposto all’abitudine.E abituarsi alle emozioni è talmente svilente da inaridire il cuore. Nessuno ha il permesso di entrare in un cuore arido.

La fiducia si allontana, l’amore diventa espressione di un ridicolo entusiasmo breve, improvviso, inevitabilmente condannato a finire.

L’amore diventa un’illusione a cui non vuoi più credere.

Smetti anche d’invidiare le coppie che si baciano sulle panchine. Per te sono solo povere vittime che non conoscono le verità nascoste dentro di loro, alle loro spalle. Fantastichi su tradimenti, bugie, sguardi  persi alle spalle.

Ti senti in possesso di una verità pungente, una verità definitiva. Ti senti protetto da uno scudo invincibile, ma anche troppo pesante da portare.

E soffri.

Inevitabilmente un gesto semplice non ti da gioia ma pensieri.

Un bacio dolce e inaspettato per te ha un’altra chiave di lettura. È Diventi paranoico, interpreti ogni gesto come un modo subdolo per raggiungere secondi fini. Sempre secondi fini.

La verità è che queste situazioni ti lasciano infangati in una palude di morbosità. Che queste situazioni ti spingono a sfuggire all’amore, quello con la A maiuscola, quello che qualcuno dice di aver trovato.

E penso.

Penso che non ho fatto altro che innamorarmi di chi non avrebbe potuto darmi abbastanza. Che ho sempre scelto di dividere l’amore, per ricevere solo attenzioni e non offrire costanza e impegno. Che ho preferito avere la mia libertà e completarmi solo in alcuni momenti. Ho preferito scegliere i momenti, o far finta di averli scelti.

Ho preferito struggermi per non sentirmi colpevole della scelta, e con la sofferenza sentirmi sollevata da ogni colpa, lontana da recriminazioni.

Non è il passato a rovinarmi, è tutta una mia scelta. Una stupida, masochistica, dolorisissima scelta. Sono io a volermi sentire al sicuro e protetta da minacce esterne, da accusare gli altri per le loro azioni, da vedere malvagità nei gesti, e non aprire cuore e mente, e fidarmi dei sorrisi, del contatto.

Mi baciava e mi chiedeva perché avevo uno sguardo triste.

La mia risposta era chiara, era nella mia testa, era la paura.

La mia voce diceva solo frasi insensate per depistare me e lui.

La sua risposta? Non l’ho sentita, perché la mia ronzava ancora nella mia testa.

La sua domanda era troppo lecita.

Io non sorrido più.

Non sorrido quando il cuore mi si riempie di gioia. Ho paura.

Paura di dover smettere di sorridere.

E sono consapevole. Consapevole dei miei errori, di quelli che commetto nel momento preciso in cui li sto commettendo.

Mi rassegno, e non sorrido.

Prendo solo il piacere, il lato morboso e materiale delle cose, quello che contribuisce a gonfiare il mio ego e a farmi sentire fintamente superiore.

E’ la paura che mi uccide.

E’ la paura che mi logora.

La paura di non essere all’altezza e quella di non essere perfetta.

Vorrei essere completa. Bastare a me stessa. Essere capace di qualsiasi cosa. Non avere un cuore. Vorrei che non mi rendesse debole.

Le immagini di noi si susseguivano in ogni momento.

Da sveglia rivedevo scene passate. Dormendo immaginavo quelle future.

E cercavo lucidità, e cercavo di non pensare.

E cercavo di avercela con lui, che mi stava già facendo soffrire, che mi aveva già indebolito.

Il passato mi insegna che ci sono pratiche valide per dimenticare, sostituire. Valide ma non corrette.

Gesti corrotti.

Oggettivamente sono pronta anche a restare nel mio limbo pur di sentirmi vincitrice. Pur di allontanare questo dolce pensiero sempre più minaccioso.

Ma lui continua, imperterrito, a farsi presente.

Il suo odore, il suo profumo, non sono solo ricordi.

Sono sui miei vestiti, sono ancora forti, o forse li sto immaginando.

Mi aiutano a sognare ancora. Mi aiutano ad ancorarmi al desiderio puro e ingenuo che ho di lui, così distante da me.

Non distinguo cos’è giusto e cos’è sbagliato.

Ho mischiato le mie sensazioni in un paradosso esistenziale che cercherò di centrifugare in lavatrice, lasciando scaricare via ogni dubbio.

Finchè una nuova domanda, mia e solo mia, entrerà nella testa.

Si farà spazio tra muraglie di certezze. Una domanda piccola e debole, ma che potrebbe abbatterle tutte.

Sto sbagliando io? Non mi sto assumendo responsabilità e colpe?

Me ne sto lavando le mani? Sto accusando per non essere accusata?

Sto cercando di salvarmi perché non riesco più a gestirmi?

Forse sì.

Forse lui non è puro, ma io di cosa posso vantarmi?

Giorni di attesa, di sogni e colpevolezze.

Giorni e ore passate a svilire il mio ego, a indebolirmi, a rendermi fragile agli attacchi, a cercare alternative per tenere occupata la mente.

Giorni di buio, di vuoto, di ossessione, di desiderio.

Giorni persi a sperare in me, nella sorte, nel destino. A cercare la logicadi gesti inammissibili.

Giorni di cecità assoluta, circondata da persone che mi tendevano la luce, persi completamente a giustificare i miei pensieri e le mie speranze.

Circondata e permeata dall’evidenza dell’errore, affogavo in me.

Affogavo in pensieri morbosi e distorti.

Affogavo per sentirmi addosso una realtà inesistente, intangibile, assolutamente inconsistente, eppure così stretta.

Ho indossato abiti che non mi si addicevano per cercare un punto in comune, per trovare un dialogo, un incontro. Pronta a costruirlo artificialmente.

Ho chiuso gli occhi davanti a gesti, affermazioni e sogni che non mi sarebbero appartenuti mai.

Ho sognato momenti insieme scendendo a compromessi con una parte di me che li rigettava.

Il tutto inconsciamente e senza sofferenza alcuna.

Il tutto con il cuore, mentre il mio corpo rifiutava ogni tuo sguardo.

Il tutto con la mente, nella speranza che l’istinto potesse modificarsi sotto il velo del desiderio.

Il tutto con una convinzione tale da riuscire a rendermi ridicola per il continuo cercarlo e sognarlo. E per l’imperterrito ma inutile beneficio del dubbio.

Non c’era neanche dubbio.

Forse ancora una volta la mia era una corsa ostinata contro il tempo.

Forse ho affrontato compulsivamente la situazione senza lasciare respiro, a me, a lui al cuore, ai corpi. Senza lasciare il tempo di capire, senza lasciarlo neanche a me.

Vivevo nella speranza di essere già entrata in lui, nei pensieri e nei sogni, in corrispondenza. Reciprocità.

Forse ho bruciato le tappe, tappe che non ho mai saputo come affrontare.

Non ti ho lasciato il tempo di cercarmi: ero già lì, davanti ai tuoi occhi come fossimo legati da sempre.

Ho interpretato i miei gesti con spontaneità, mentre tu potevi leggerli come ossessivi.

Ho sottinteso una conoscenza intima che non c’era e non poteva esserci.

Ho dato per scontato che tu fossi come ti volevo e ho iniziato a costruire i miei castelli, i nostri castelli, le mie fantasie. Solo mie.

Ti ho lasciato lì, nella mia mente. Parte di un gioco in cui probabilmente tu non sapevi di essere.

Ho voluto tenere la regia e il potere, senza nemmeno chiederti approvazione.

Ho corso maledettamente verso una meta che non immaginavo, che non speravo e non capivo.

E sono arrivata al capolinea con il solito pugno di mosche, e un senso di nausea al sentire il tuo odore.

Credo di non ricordare il tuo volto, quello vero.

Credo di non ricordare niente di te se non qualche gesto, legato a qualche parola sbagliata, le uniche che riecheggiano.

Credo di provare rigetto al ricordo di una tua carezza, o di una parola dolce che poi non ho mai inteso come tale.

Credo ci sia stata grande incongruenza nelle tue parole. Credo di non averle contestualizzate, ascoltate, né tantomento aver cercato il tuo punto di vista. Credo di non aver pensato per un solo attimo che potesse essere diverso dal mio.

In definitiva non volevo te.

Non volevo quello che sei. Volevo solo credere ancora nei motivi per cui non bisogna smettere di sperare. Ancora una volta non ne ho più.

E’ tutto un circolo, tutti gli errori sono eternamente destinati a rivelarsi tali. Tutto torna al suo principio.

Innamorarmi è il mio desiderio egoistico per eccellenza.

One Response to “una storia banale. una storia vera”

  1. serena schipani 12 December 2010 at 12:00 #

    EHMMM

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