tutto ha il suo posto

26 May

Il coperchio di uno spazzolino da denti giaceva abbandonato nella sua piccola pozza d’acqua bianca sulla mensola del bagno, quella che affacciava sul lavandino. Steso, orizzontale, sembrava quasi l’icona della pigrizia o dell’incertezza. Era lì ogni mattina incerto e titubante. Non riusciva a decidere da solo se tuffarsi oppure no in quel buco che guardava dalla trasparenza del vetro. Sembrava quasi che aspettasse una spinta, da dietro, una sorta d’incoraggiamento. Oppure che qualcuno lo venisse a salvare e lo riponesse al suo posto, verticale, dritto, come un’elmo sul suo spazzolino. Tendenzialmente sono una persona protettiva, ragion per cui ogni mattina, senza pensarci troppo, lo prendevo e lo riponevo al suo posto, in salvo.

C’erano mattine in cui non ci facevo neanche troppo caso, me ne accorgevo dopo un po’, quando prendevo il mio spazzolino e, sollevandone il coperchio, mi chiedevo che ci facesse lì, su quella mensola, un altro coperchio identico.

Lo faceva spesso. Non mi dava fastidio, ma dev’essersi sentito autorizzato quando ne parlai, davanti a lui, con un amico.

– Vedi, è come un piccolo gesto che invade il tuo spazio, ma a me non crea problemi rimettere a posto il coperchio. Non bisogna essere così pignoli, lo trovo così tenero, come un modo per segnare il territorio, marcare la sua presenza…

Lo spazzolino da denti era stato un altro argomento di conversazione per del tempo. Poco tempo, in realtà, ma di quelli che ti sembrano durare tanto. – Hai comprato l’amore a 1,99 € – mi aveva detto. Avevo riso e avevo aggiunto: – potrei scriverci un racconto “L’amore a 1,99€”-. Non l’ho mai fatto. Credevo davvero di aver comprato l’amore in offerta quando al banco della farmacia dissi: – E ci metta anche questi due – prendendo uno spazzolino rosa, il mio, e uno verde, il suo. Non l’avevo preso blu perché sono scaramantica.

Quel coperchio era lì anche stamattina. Non rientravo a casa da due giorni, casa mia, il mio piccolo luogo sicuro. Avevo passato le notti fuori, come non mi capitava da tempo, da quel tempo lunghissimo in cui in macchina avevo sempre un cambio, uno spazzolino, il costume e l’asciugamano. Ero sempre pronta a restare, senza sapere bene nè dove nè per quanto tempo, ma sapendo bene che non avrei superato le 36 ore.

Ne erano passate 48 e già casa mia mi mancava da morire. Mi mancava di più il mio letto vuoto nel quale rigirarmi. Mi era mancata da morire perché casa sua, invece, era molto grande e spaziosa, e la finestra del suo bagno dava su una vallata lunga, verde, incontaminata. Per un attimo alla finestra mi sarei stesa sul davanzale con la stessa pigrizia o incertezza di chi non sa se desidera una spinta per farsi coraggio o una mano che ti porti in salvo. Per un attimo avrei voluto sentire sulla pelle il potente abbraccio di tutto quel verde.

I suoi occhi erano verdi, ma non avevano la forza di un abbraccio. Erano glaciali, anche se intorno all’iride diventavano sempre più scuri, e quando il sole si ritirava non mi sembrava neanche più che fossero verdi. Lui invece sì, mi abbracciava. Lo faceva spesso: mi tirava a sé, prendeva le mie mani e se le portava dietro la schiena. Se le incollava al torace e spingeva i miei palmi sulle sue scapole. Li incollava lì, e poi scioglieva le sue mani dalle mie e le posava sulle mie scapole, e stringeva forte, e io sentivo il suo cuore battere, mentre il mio sangue lo sentivo pulsare sulle tempie. Chiudevo gli occhi e vedevo quel verde. Era ruvido e spigoloso, come la corteccia di un albero. E pensare che fosse un albero rendeva il mio abbraccio più sincero. Poi mi sussurrava in un orecchio una battuta, che poi era una lamentela, e rompeva l’incantesimo.

Mi ero ripromessa di non farlo. Ero certa che non l’avrei fatto. Mi ero convinta a non farlo e a mettermi alla prova. Sarebbe stato un gioco, una sorta di test, un momento di autostima, un ritorno al passato. Una parte di me stava cambiando, una parte era già cambiata, e una parte di me, quella nevrotica e irrequieta, si era messa da parte, ma quella sorta di adrenalina mi mancava. Mi mancava sentirmi “viva” in quel modo che poi significava sentirmi “considerata”.

I suoi occhi verdi non mi avevano incantato. Erano troppo torbidi per sembrare romantici e sinceri, ed era questo il gioco. Ed era questo: un gioco.

Dopo 48 ore ero di nuovo a casa, con l’asciugamano e il costume ancora sporchi di sale, pronta a buttarmi supina sul letto e a prendere sonno, uno di quelli che ti cullano e ti lasciano intorpidita, e ti aiutano a risvegliarti incosciente. Ero pronta a svegliarmi e a guardarmi allo specchio per chiedermi se era stato un sogno, o la realtà. E lo specchio mi avrebbe rassicurato, le luci della casa mi avrebbero rassicurato, il sole, ormai tramontato, mi avrebbe rassicurato. A casa mia tutto fa quello che decido di fare, ed è più semplice così vedere il mondo con i propri occhi. Tutto tranne quel coperchio. Era di nuovo lì, nella sua pozza di acqua bianca, ma mi guardava, dritto, impettito, verticale. Non mi sembrava né spaventato né dubbioso. Era fermo nella sua inconsistenza, dritto, mi fissava. Sembrava quasi volermi dire “rimettimi a posto”, e poi “rimetti a posto” e poi ” facciamo finta che non sia successo niente, io non mi lancerò giù da questa mensola e tu rimetterai tutto a posto”.

Tutto al suo posto: il coperchio sul suo spazzolino, il mio, composto e orgoglioso, al suo fianco, e io, accanto al lui, nel nostro letto.

Tutto al suo posto.

One Response to “tutto ha il suo posto”

  1. Claudia 28 May 2012 at 12:48 #

    Una storia di spazzolini!!! non posso che sentirla un po’ mia… anche se non ne ho colto tutte le sfumature!

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