storie metropolitane, e di

19 Nov

Non sono di Roma, la vivo ormai da un anno o poco più. E nel viverla ho scoperto che sono infiniti i modi per farlo. Dipendono dall’età, dalle passioni, dal tipo di lavoro e dalla tua collocazione nell’area metropolitana.

Mi sono trovata a non soffrire il traffico per andare a lavoro fuori Roma, e a soffrirlo al ritorno. Mi sono stressata alla ricerca di un parcheggio, chiedendomi come si possa vivere in questo modo. Da sei mesi a questa parte ho scoperto i mezzi di trasporto pubbici. Gli autobus, in particolare.

Che gli autobus a Roma funzionino male, è una realtà e non sono qui venuta per illuminarvi sull’argomento. Che non si paghi il biglietto è una realtà altrettando affermata (molti sostengono che se non si ha un servizio decente non è giusto pagarlo).

Credo però che vivere su un autobus per un giorno a Roma dia perfettamente la dimensione di quale Paese sia il nostro, e di come siamo fatti noi italiani.

Noi italiani siamo “fraccomodi”. Non ci sbatteremmo per niente al mondo. Non ci formalizziamo ma spesso e volentieri gridiamo al “rispetto”, quando se ci facessimo un’analisi di coscienza non l’avremmo di certo pulita.

Se un francese fosse costretto a viaggiare ogni mattina e ogni sera per anni nelle condizioni in cui viaggiamo noi (stretti come sardine e costretti a urti ripetuti senza neanche un appiglio) il secondo giorno ci sarebbero più corse e più posti a sedere di sicuro. Invece noi siamo lì, a lamentarci delle frenate dell’autista, a chiuderci schiacciandoci finanche sulle porte (unica via d’uscita), perchè la nostra priorità non è in quel momento prevedere la gestione di un attacco di panico o pensare che si potrebbe rimanere lesi da una gensione così anarchica e pressappochista dei mezzi di trasporto. Noi alle 18.00 abbiamo una sola esigenza: tornare a casa.

E in questi giorni salendo sull’autobus ho avvertito perfettamente la condizione di disagio di tutti i presenti. Non per il modo in cui si viaggia ma per la direzione: il lavoro. Il lavoro oggi è il nostro problema, che ci sia o non ci sia. Per il lavoro ci innervosiamo e sfoghiamo addosso al vicino le nostre nevrosi. La gente sull’autobus litiga senza compostezza alcuna. Si insulta, denota insofferenza, non si crea problemi a far presente con una faccia tosta non indifferente il difetto del vicino. L’autobus a Roma è una prova di sopravvivenza.

Stamattina, ad esempio, una signora era infastidita dalle dimensioni della mia borsa. Ieri, invece, due ragazzi incarnavano il qualunquismo in discorsi (sempre rigorosamenti a tema “lavoro”) che sottolineassero il clientelismo diffuso. L’altroieri sono certa di esser stata la star della serata, con una telefonata interminabile ad un’amica e racconti frivoli di ragazzi e futilità. Domani chissà cosa accadrà, ma una cosa è certa, se salite su un autobus a Roma, nonostante non ci sia spazio e vi resti solo la possibilità di sostare davanti alla porta, dopo cinque minuti arriverà una persona che all’orecchio vi chiederà stizzita: “scende alla prossima?”

Che spettacolo meraviglioso è la gente.

One Response to “storie metropolitane, e di”

  1. Olga ColdField 20 November 2010 at 12:27 #

    troppo vero. A me una volta capitò uno che disse: che schifo questi italiani, menomale che ho il passaporto svizzero. “Di chi?” gli ho chiesto.

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