Storia di un individuo

11 Jan

E una mattina si svegliò con la sensazione di avere il mondo in pugno. Una sveglia decente, una carica inspiegabile, e una telefonata. Tutto risolto: si parte.

“Cosa c’è di più bello – pensò lei – di avere una ragione, una motivazione, un obbiettivo”.

E si vestì, con una fretta dispettosa. Con la solita indolenza che ti lascia addosso l’attesa. E si vestì alla meno peggio perché era l’unica cosa che le veniva da fare, come per miscelare l’ansia e il desiderio, e anche un po’ la scaramanzia di quando vedi il tuo sogno a un passo e hai paura che qualcosa venga meno nel mentre.

Guardava con terrore e desiderio il telefono. Lo fissava, aspettava uno squillo. Aspettava, non ne era sicura, ma aspettava. Non voleva mentirsi ma continuava a farlo. Come davanti a uno specchio guardava quella luce intermittente con la coda dell’occhio, come se l’altro occhi non ci facesse caso, pensasse ad altro.

Poi finalmente lo squillo. Il cappotto praticamente già addosso. In un attimo era fuori casa, senza sapere neanche bene come e perché. Era in strada, e si sentiva vuota, febbricitante, cadaverica e fragile. Si sentiva come un microscopico pezzo di vetro nelle mani di un calzolaio sbadato. Si sentiva delicata in questo mondo di truci. Sentiva il contenitore trasparente di quella cosa che tutti vogliono e nessuno riesce ad afferrare, e si nascondeva perché nessuno scoprisse che lei, invece, l’aveva.

Era un miscuglio di sensazioni. Tra la testa tra le nuvole e i piedi di piombo, si sentiva una giraffa travestita da elefante, un ladro, l’eletta, si chiedeva perché proprio lei fosse riuscita ad averla e insieme si chiedeva perché farsi troppe domande, e stringeva con le mani lo stomaco, come se fosse davvero nascosta lì la felicità.

La felicità, quella sensazione che ti dà alla testa come un alcolico pesante, e ti lascia gli occhi umidi come se avessi sbucciato mille cipolle. La felicità, quella che nessuno ha il coraggio di afferrare e la forza di trattenere. La felicità, che a suo modo diventa responsabilità.

Ricordava quella sensazione, l’aveva già sentita. Era più una morsa, una tenaglia al cuore, un pugno, le farfalle nello stomaco. Aveva solo 18 anni, non poteva essere capace di trattenerla. L’aveva già sentita ma l’aveva anche persa in un istante. Forse sapeva che non era quello il momento, forse voleva vivere tutta la vita che le rimaneva davanti. Ricordava bene però che al suo posto era rimasto il livido del pugno, la cicatrice della morsa, un dolore lancinante e un senso d’abbandono e d’inappartenenza che la rendeva sola al mondo, diversa, diseguale. A 18 anni si guardava intorno e non vedeva il suo stesso sguardo perso negli occhi di nessuno. Per la prima volta si sentiva diversa. Per la prima volta era senza parole, senza la capacità di spiegare le proprie sensazioni, senza mezzo d’espressione.

Da quel momento aveva capito una cosa (o credeva di averla capita): la felicità è un attimo. Ma non aveva smesso di cercarla. Per una strana coincidenza di casi, per la rapidità con cui era accaduto tutto, aveva confuso tutto e dall’equazione finale, un solo risultato: la felicità è un attimo, e fa male.

La concatenazione di confusioni sarebbe stata inevitabile. A volte è così sottile il confine tra le definizioni e le sensazioni, tra quello che vogliamo credere e quello che capiamo sul serio, che si era ritrovata a ritenere felicità una notte di sorrisi, una persona che ti tocca il cuore, un’agonia per un incontro, un bacio tra le lacrime, un pensiero struggete che ti lascia sveglia la notte, e forse non solo una. E poi aveva iniziato a ridimensionare, aveva capito che quella non poteva essere la felicità, aveva deciso di chiamarla amore.

E l’amore l’affascinava, l’incantava, la lasciava senza parole. L’amore era una di quelle cose che continuava a voler sperimentare, che continuava a vedere caleidoscopicamente, mai banale e che ogni persona continuava a vivere a modo suo, senza stereotipi.

E allora forte della sua corazza di esperienze, morse e lividi, cicatrici, abbandoni e fughe (e telefoni lanciati dalla finestra) aveva deciso di prendere appunti. Di raccontare al mondo come la gente vive l’amore.

Aveva incontrato coppie romantiche e ne aveva scoperto i tradimenti, aveva trovato uomini insoddisfatti e ne era diventata la musa, aveva visto coppie banali e ne aveva rispettato la routine, aveva trovato artisti balordi, meno balordi della loro immagine, aveva provato tutti gli stereotipi che le interessavano, sempre con quello sguardo assorbente di chi vorrebbe prendere ogni istante, archiviarlo e lasciarlo maturare nell’attesa di avere le conoscenze giuste per capire.

Aveva incontrato amici, e li aveva scambiati per amori. Talvolta aveva lasciato a se stessa e al lui in questione il beneficio del dubbio, la possibilità di godere una storia, di costruire, per poi vedere in uno sguardo qualcosa di forte, girare le spalle e fuggire.

Si era sentita complice in tutte le sue storie, era questo l’appiglio che la legava ancora a se stessa. E poi la stanchezza e la voglia di essere qualcosa indipendentemente dall’amore. Forse l’amore non era neanche questo. Forse l’amore non fa male. Forse l’amore si matura con gli anni, e quelli che aveva visto erano innamoramenti, infatuazioni, giochi convulsi.

La verità è che nessuno aveva avuto il coraggio di spiegarle cosa fosse l’amore. L’aveva cercato sulle enciclopedie, nelle definizioni dei saggi, ma nessuna parola le era bastata, voleva sentirlo addosso questo sentimento.

La verità è che qualcuno dovrebbe dimostrartelo, e lei non l’aveva mai toccato con mano, non sapeva da dove incominciare a cercarlo.

A un certo punto aveva smesso. Non le interessavano più le definizioni, non le interessavano quelle emozioni. Aveva bisogno di sapere qualcosa in più. Aveva bisogno di sapere cosa essere nel presente e nel futuro, il passato ora non contava.

 A un certo punto aveva deciso di archiviare a lungo termine tutte le definizioni , aveva rimandato il tutto a un momento più maturo, dopo la “consapevolezza del sé”.

“È sempre più semplice cercare qualcun altro” aveva detto ridendo a un’amica, tra una pausa e l’altra della tisana ai mirtilli. E poi era piombata in un assurdo silenzio e in una lunga riflessione. Lunghissima: non si era vista per oltre una settimana a nessun evento. Quella riflessione leggera era diventata una chiave, un lampo, un pensiero fisso.

Era sempre stato più semplice cercare qualcun altro, perché se stessa non voleva trovarla. Paura di una delusione? Paura di dover compiere una scelta? Paura di andare incontro a una routine, a una banalità?

Routine: pronunciata almeno 1000 volte in un discorso finto – adulto all’età di 17 anni al suo migliore amico. Sorrideva al pensiero di esser già stata convinta molti anni prima di non esser fatta per una banale “routine”. Sorrideva al pensiero dello sdegno di cui aveva caricato quella parola. Sorrideva pensando che a 17 anni già sapeva perfettamente di essere una persona irrequieta ma pur sempre con una grande capacità di adattamento.

Aveva sorriso e fissato questi due punti all’inizio del foglio bianco in cui cercava di disegnare la propria identità. Si era accontentata di queste e altre banali definizioni e aveva ripreso la vita, le amiche, le telefonate, le tisane ai mirtilli, le sedute dall’estetista, le banalità, la routine.

Erano tante le domande, ma le scacciava in virtù di un solo pensiero: voglio vivere.

Era giunta a questa conclusione quando le avevano raccontato la storia d’amore di due persone, splendide dentro e bellissime fuori. Due soli, due bellezze d’altri tempi, due purezze d’animo, due sorrisi immensi e un triste destino: due malattie improvvise, due morti irrimediabili e un amore mai vissuto.

“Chissà se è l’amore o la vita” si era chiesta. Ma poi era andata avanti, con la speranza che l’avessero spinta entrambe le cose, l’amore e la vita. O l’amore per la vita.

Ce ne sono state tante di storie nel mentre, tante domande, poche risposte, tante altre segregazioni involontarie e tante altre aperture. Momenti di ritorno alla ricerca, momenti di vita piatta e meditativa.

Ma me la ricordo come se fosse ieri, uscire di casa e guardarsi intorno, proteggersi, stringersi lo stomaco, stringere il suo stomaco a quello di lui ed entrare in macchina.

Era quella la felicità: sapere di essere unica, insieme alla persona che l’aveva resa tale, e che insieme avevano creato quell’alchimia che pochi trovano. L’avevano ricreata e l’avrebbero trasformata in altra energia, che avrebbe mosso le loro vite, altrove.

Era quella la felicità: essere in due e sentirsi uno, e andare chissà dove senza neanche chiedersi perché. Andare, sognare e cavalcare il mondo.

Andare, per non smettere mai di sperimentare, di assorbire, di amare.

Era quella la felicità: una maglia sciatta, una macchina, un sogno, e un amore.

One Response to “Storia di un individuo”

  1. Margherita 12 January 2011 at 15:45 #

    E come si può commentare questo entusiasta flusso di pensieri? ^_^

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