Sciroppo d’acero

27 Mar

Avevo preso a farlo ogni mattina da quando lui se n’era andato, da quando tutti i suoi odori avevano lasciato la casa, da quando mi aveva lasciata sola, senza avvisarmi, in quel vortice lento che cancella ogni certezza, ogni coordinata, e mette in dubbio anche la forza di gravità, la sua direzione.

Avevo preso a farlo ogni mattina. Aprivo il frigo e sceglievo con cura gli ingredienti: latte, uova, cacao, marmellata, lievito, zucchero. Mescolavo tutto con estrema calma, imburravo la teglia, accendevo il forno e aspettavo, pregustavo e aspettavo.

Non sono mai stata brava con i dolci, ma mi era chiaro un passaggio: un pizzico di sale nell’impasto. Io aggiungevo lacrime, e aspettavo.

Avevo preso a farlo ogni mattina, e l’amore che ci mettevo era davvero tanto, e davvero sadico. Preparavo dolci, in quantità, ogni mattina, e li mangiavo, tutti, ogni mattina. Non erano il mio pasto: amavo inghiottire lacrime.

Mi sembrava di sentirle come piccole gocce di mercurio: impermeabili, finite in se stesse, inesplose. Mi sembrava di sentirle nello stomaco, di toccarle dall’esterno. Premevo e me le tiravo su, fino alla gola. Premevo e sentivo altro liquido muoversi, dal fegato. Premevo, e non le digerivo mai le mie lacrime. Si mischiavano alla bile e insieme soffrivano la stessa spinta dal basso ventre, e ritornavano da dove erano venute.

Ero bulimica, dicevano. Non mi piaceva la parola. La bulimia ti spinge a rifiutare il cibo dopo averne ingerito in quantità. Non ero bulimica. Quello che non tolleravo era la digestione dell’affetto, dell’amore contenuto in ogni dolce fatto con cura, e del dolore, cristallizzato in quel pizzico di sale. Non potevo digerirlo, era già andato via, lui.

Avevo perso il lavoro, ma non me ne crucciavo. Una famiglia alle spalle era ancora in grado di versarmi denaro contante sul conto in banca. “Tesoro – diceva mia madre – è un momento difficile e noi lo capiamo. Prenditi il tempo che vuoi e ricorda che noi siamo qui”. Il suo “qui” non mi è mai stato chiaro. Qui nella cornetta del telefono? Qui nel conto in banca? Non vedevo mia madre da quattro anni. Da quando avevo preso il primo aereo intercontinentale. “Troppe ore di volo – avevo detto scherzando al mio vicino – non so se riuscirò a prendere quello di ritorno. Magari mi fermo qui”.  E poi così è stato. Mi sono fermata qui. Io conosco il mio “qui”, lo vedo intorno a me dalle finestre con gli infissi rossi che aveva voluto lui. “Fa un po’ quartiere periferico” mi diceva. “Siamo in un quartiere periferico” gli rispondevo. E mi piaceva.

Ogni abbraccio aveva un sapore diverso. A volte mi avvolgeva in nuvole di cacao, altre il piccante mi pizzicava la punta del naso. Nei peggiori casi aprivo la porta d’ingresso e vedevo la sua ombra rannicchiata dietro le tendine, nascosta, colpevole: cumino. Lo odiavo.

Pensavo, e lo penso ancora, che la nostra piccola tana fosse diversa dall’esterno, e all’esterno, in questo quartiere periferico della capitale, tutto sa di cumino.

Noi no. Noi eravamo zenzero e cannella, miele e limone, zucca arrostita aglio e  peperoncino. Eravamo il briciolo di nobiltà, la perla rara. Eravamo in pochi a saperlo: io e lui. Era il nostro piccolo segreto. In fondo anche un albero che cade nel bosco non fa rumore se nessuno lo sente. Noi esistevamo per questo, per sentirci cadere. Chissà se qualcuno adesso mi sentirà.

Avevo perso gli amici. Mi avevano chiamata tutti con insistenza. Gli amici di lui soprattutto, e le amiche. Anche loro, come mia madre, avrei saputo dove trovarli, ma non li cercavo. Non avevo bisogno di parole e di giudizi, avevo già il mio bel da fare.

Uscivo, a volte, a ridosso delle 20. A volte prima, a volte dopo. A volte anche il cumino mi risultava familiare e, mio malgrado, sembrava solidarizzare con i succhi gastrici senza provocare quel colpo dal basso ventre. Tossivo. Ascoltavo. Respiravo. E tutto tornava normale.

Incontravo, ogni volta che tornavo poi a casa, dopo un breve giro di ricognizione per appurare che niente stesse cambiando di una virgola, una signora, sulla sessantina, con il suo cane. Un bastardo risultato di uno strano accoppiamento tra uno shitzu e un pechinese. Per lo più sembrava arrabbiato, come la padrona che, in vestaglia e eternamente al telefono, lanciava grida di disapprovazione al mondo: all’interlocutore, al cane, a me. Forse era solo una sensazione, ma i suoi occhi mi guardavano con insistenza, disapprovazione, soffermandosi su ogni dettaglio: gli occhi gonfi, i capelli arruffati, le calze colorate, lo smalto approssimativo. Ogni volta stringevo forte la mano destra sull’avambraccio sinistro. Così forte come ho sempre fatto con Den, che non ha mai emesso un suono. Così forte, per cercare un appiglio. Così forte, per cercare protezione. A volte, oltre al dolore, sentivo che la mano tirava troppo, facendomi incurvare le spalle e trascinare il braccio tra i due seni. Mi chiudevo totalmente, come in trance, e solo dopo un attimo mi accorgevo che il braccio era il mio. Ero sola.

Quando passeggiavo con Den mi prendeva quella stupida allegria degli innamorati. Era inebriante. Amavo ancorarmi al suo braccio, esile peraltro, come un’edera rampicante, e lasciarmi portare per i quartieri più gretti alla ricerca di una bettola economica che ci facesse sentire nobili, migliori. Non c’erano nuvole rosa nel nostro amore, conoscevamo i nostri limiti. O forse non tutti. Non entrambi. Non abbastanza.

Eravamo così belli. Me lo ricordo come fosse ieri, seduti in quel bar del centro, con l’imbarazzo di due sconosciuti che sconosciuti non erano. Non ero ben vestita quella sera, non credevo fosse il caso, ma lo specchio barocco che sovrastava la parete di fronte a noi ogni tanto me lo ricordava: siete belli. E noi lì, cullati nell’imbarazzo ma senza troppe domande, parlavamo di morte, di follia, di manicaretti elaborati da mani esperte e rugose e di valvole mitraliche e sogni altrui. Strano modo di conoscersi: affondare le mani nel passato e riportare su, a galla, tutto quello che ci capitava, anche per caso. Senza filtri.

Eravamo belli. Mi piaceva il suo sguardo, anche se mi sarebbe piaciuto un po’ più cupo, e mi piaceva il colore dei suoi occhi, quelli di un gatto: gialli nel centro dell’iride e verdi all’esterno. A volte provavo, nel buio della notte, a guardarli per vedere se li avrei scoperti illuminati di luce propria. Purtroppo non era così, ma la notte il buio li rendeva più cupi, ed era lì che m’incantavo a guardarli.

Eravamo belli, visti da qualsiasi angolazione. Io mi sentivo sempre a disagio, ho sempre pensato “i simili con i simili”, credevo di dover affiancare una figura imponente, con due spalle dritte contro il mondo, dritte più delle mie, grandi più delle mie. Forse lo credo ancora, ma un po’ meno di prima.

Eravamo belli, quella sera, più per la luce che avevamo negli occhi che per l’estetica, il coraggio e la tenerezza. Saremmo diventanti ancora più belli nei giorni a seguire, con quel pizzico di consapevolezza e dignità. La consapevolezza di piacerci e la conferma di essere degni l’uno dell’altra.

Eravamo orgogliosi, e ci piaceva esserlo. Allora però nessuno mi aveva spiegato che bellezza e sapienza coesistono, si attirano, si aiutano anche nella diffusione di un messaggio. Ci sono bellezze e bellezze in questo mondo, ma noi eravamo più belli perché la luce interiore era forte e splendeva con la stessa intensità, pur non confondendosi. Da quel momento ho iniziato a notare gli sguardi del mondo. Invidia? Desiderio? Ammirazione? Forse tutte e tre, ma più si andava avanti e più ci prendevo gusto.

Lui a dire il vero è sempre stato un narciso. Gli è sempre piaciuto scherzare con la sua sicurezza, con i suoi occhi e i suoi capelli. Io amavo assumere pose plastiche in sua compagnia, immaginando telecamere nascoste e occhi indiscreti. Non avevo perso il gusto di accendere distrattamente una sigaretta, appoggiandomi al motorino, nell’attesa che arrivasse, e non avevo smesso neanche di prenderlo in giro sminuendo l’amore per lui. Amore. Che esagerazione.

Si trattava di passione e divertimento, di benessere ritrovato, che in questa lingua ha un solo equivalente che possa nobilitare il tutto: amore. Che esagerazione.

Eppure la nostra bellezza ci rendeva invincibili. Giocavo, passeggiando con lui, a incrociare gli sguardi dei passanti: più intensi mentre ridevo di gusto, distratti in un momento di serio raccoglimento, ammiccanti quando si soffermava più del dovuto a rimirarsi in una vetrina di un negozio o a tirarsi su i capelli in una coda. Mi vendicavo per la sua distrazione. E’ molto difficile dover dividere una persona tra te e se stesso. A me il suo narcisismo faceva ridere. In questo sicuramente non aveva limiti.

Avevo perso il sorriso, e saprei descrivere perfettamente il momento: 12 in punto, sono in ufficio in pausa caffè. Squilla il telefono. Lo ignoro. Squilla il telefono dell’ufficio. “Fammi richiamare, sono in pausa”. Avevamo litigato la sera prima, lui è sempre stato uno che mantiene il punto,e  quello poteva essere il mio momento di riscatto.

Avevamo litigato, questa volta seriamente. “Sono incinta”, gli avevo detto. Non c’era un modo migliore, neanche un momento. Le parole scorrevano fuori libere dal controllo. Io, una statua di sale. Inespressiva. Lui aveva ancora addosso la giacca, e la pioggia nei capelli. Aveva ancora addosso il lavoro, lo smog, la capitale. Gli avevo dato un altro fardello, il mio. Il nostro.

Non aveva avuto il tempo di dire, sentire, ascoltare, capire. Si era chiuso la porta alle spalle e mi guardava. Sembrava fosse passata Medusa. Sembrava che la guerra fosse finita. Sembrava di respirare polvere e rovine. Non c’era zenzero, non c’era cannella. Un’aria polverosa e desertica impastava le nostre figure. Poi mi sono voltata verso i fornelli, verso il frigo vuoto, e compulsivamente ho preso ad aprire e chiudere sportelli. Cercavo, ovunque, un ogetto, una risposta, una soluzione.

Lui lì, lentamente riprendeva vita, mi guardava e provava a ricoprirmi con la sua quiete.

Avevamo litigato, o forse avevo litigato con me stessa. Avevo bisogno di tempo per metabolizzare. Per capire.

12:10. Squilla il telefono. Questa volta non è lui. E’ Marta, la sua collega. Marta, l’unica donna simpatica che gli ronzava intorno.

– Susan, devi venire qui, con molta calma.

– Qui dove? – Il “qui” non mi è mai stato chiaro come concetto.

– Qui, al Sant’Andrea.

– Marta, sto bene. Deniel ti ha detto qualcosa?

– Susan, Daniele non sta bene, ha avuto un incidente, ti prego corri qui, il prima possibile.

Cade la cornetta, cadono le lacrime. Cade tutto il peso della terra sulle mie spalle. Qualcosa all’improvviso si rompe, senza cadere.

Si rompe prima, galleggiando nel vuoto, senza esplodere.

Buio. Vuoto. Paura.

La paura, questa suadente sensazione di vertigini, che ti portano in un vortice, ti sradicano, ti confondono. E’ la nausea che ti prende alla bocca dello stomaco e che respingi, irritata, angosciata. Provi a lottare, ma la bile sale e il vomito, quella spinta dal basso ventre, è più forte. E poi arriva la voglia di dolcezza, di un abbraccio, di pancake con lo sciroppo d’acero che mi cucinava lui, ogni mattina. Non sapeva farli, si ostinava a mischiare i sapori, gli odori, giocando con la mia difficile digestione. Il suo profumo, per me, sa di zenzero e limone. Sa di melanzane arrostite, a volte, anzi molto spesso, bruciate. Il suo odore per me sa di fuliggine e vento invernale, di camino ma anche di tetti che sognanti guardano Roma dall’alto. Il suo odore per me sa di tutto il nostro mondo, e sa di lacrime, le sue, le mie, le nostre, tutte rinchiuse in quel vortice lento.

 

 

12 novembre 2011

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