Roma

4 Jan

aspettareMi fa ridere sempre questa cosa che in quei luoghi di mezzo che sono aeroporti, stazioni, mezzi di comunicazione, la gente non pensa che possa essere quello che sono: italiana. La nazionalità è per molti una scelta, cambiarla o accettarla lo è. Io ho una nazionalità che mi permette di appartenere con riserva alla mia nazione, alla mia terra. Le radici sono state sempre per me argomento di discussione, l’appartenenza qualcosa che non ho mai perso. Vivo Roma da sette anni. Sono abbastanza per poter dire che ho la mia vita altrove. Lontana duecento chilometri dalle mie radici. Però le amo con serenità, anche quando torno a casa e scopro di non conoscere nomi dei locali e che non m’interessa saperlo. Caserta, non Napoli, non la Campania, è il mio pezzo di radice e sto imparando a pensare di volerle bene. Ci ho messo trentun anni. Poi ci sono le città del cuore e le città del futuro. Roma è la città che vivo. Se ogni rapporto può essere ricondotto a una relazione, direi che Roma l’ho conosciuta e su due piedi mi è sembrata un’enorme complicazione, una cosa più grande di me.
Il primo anno è stato bellissimo, pieno di stimoli. Ero lì che passavo notti insonni pur di vedere tutto quello che riuscivo, pur di godere di tutto quello che mi poteva offrire. No, non si è protesa verso di me con fare accogliente, al contrario. Mi ha detto che sarebbe stata lì, che avrebbe avuto i suoi limiti e che stava a me prenderne coscienza e decidere se accettare o no. E che potevo fare. Mi sono detta quello che mi dico spesso “finché il bene supera il male, ne vale la pena” e mi sono data un tempo.
La vita con lei era un sogno, un’esplosione di sorrisi. I miei capelli erano corti, i miei anni decisamente più vicini ai venti. La ammiravo nelle notti, la invadevo, mi perdevo, cercavo momenti in cui sarebbe stata solo per me. Se non l’avessi fatto io lei di certo non ci avrebbe pensato. Poco a poco la mia adorazione cresceva e lei diventava più bella -dicono sia questo il segreto della bellezza, trovare occhi puri e sinceri da cui farsi ammirare. Otto splendidi mesi con lei, di risvegli alle cinque di mattina, difficili colazioni al bar e di insonnia fino alle tre. Successe poi un giorno un fuori programma: un treno che mi portava lontano. Credevo non fosse un problema per lei, evidentemente mi sbagliavo. Credevo non fosse niente di serio in fondo quello che c’era tra noi due, credevo che come in ogni abbandono, in ogni fuga, avrei sofferto soltanto io. Mi è mancata. Mi ha tolto il fiato per trenta giorni. Ho provato a dirglielo, ma mi è diventata improvvisamente ostile. Non abbiamo mai avuto modo di parlarne, non sono mai riuscita a chiederle se quello che è accaduto dopo, i due anni più difficili della mia vita, potevano essere la conseguenza, la punizione per quell’abbandono. Sono passati. Ho cercato di essere accondiscendente, a volte -decisamente non poche- ho accettato di farmi mettere i piedi in testa. Sentivo in fondo di aver rotto qualcosa io, di essermene andata quando le cose diventavano più belle, a primavera. Sentivo in fondo di averla tradita. Sentivo la colpa di quell’inutile e insensato distacco. Come se l’amore non bastasse. Con se l’amore non fosse un argomento sulla base del quale decidere della propria vita.
È così che stanno le cose da allora: andiamo avanti. Conosco sempre meglio i suoi difetti e non li amo, ma so evitarli. Lei conosce i miei, me li fa notare, a volte riesco a smorzarli. Quello che ho sentito forte in un momento indefinito è stata la scelta. Non mi è costato, mi è sembrato ovvio. Ho scelto di viverla ed è diventata la mia certezza. Roma è parte della mia vita, a volte in un modo più definito, a volte meno, a volte litighiamo e me ne voglio scappare. Però poi torno. E la trovo lì, bella come sempre, e mi piace pensare che mi stava aspettando.

No comments yet

Leave a Reply