riflessioni a mente aperta in percentuali

22 Nov

Riflettevo sulle relazioni umane, sulla loro difficoltà. Sulla necessità di respirare tranquillità nel mondo, e non solo smog.

Riflettevo così guardando il mondo che mi circonda, e pensavo che infondo di storie belle, pure, senza problemi di sorta nè intromissioni di “terzi incomodi”, non solo non si leggono più, ma forse non si vivono neanche.

Sarebbe semplice raccontare storie a lietofine, storie di sogni realizzati, di speranze, di amori folli.
Ma perchè non lo si fa? Perchè i racconti d’amore sono sempre anche “di amore e di morte” (per non citare Horacio Quiroga)?
Vi immaginate? Mi sveglio la mattina, vado a lavoro, rigorosamente in autobus, litigo con tre/quattro persone, mi bagno sotto la pioggia torrenziale che scende giù solo ed esclusivamente nel momento in cui scendo dall’autobus, arrivo in ufficio e niente funziona, litigo con banche e poste per tutta la giornata, penso al mio conto in banca semi in rosso, torno a casa stancea e il frigo è vuoto. Arrangio un pasto umile e mi letto a letto, apro un bel libro e i protagonisti vivono il loro folle amore con entusiasmo e occhi sognanti.

Voi che fareste? Io manderei a quel paese scrittore e protagonisti e chiuderei tutto!

Le storie provocano invidia. Non trasmettono felicità, solo un desiderio remoto di raggiungere quel vertice, quelle sensazioni che ti tolgono il fiato, e spingono l’eventuale lettore alla ricerca affannosa di qualcosa che non arriva mai nel momento opportuno.
Ci hanno insegnato che sbagliando s’impara, e quindi sono le storie tristi a indurci una profonda riflessione, a riprendere in considerazione gli errori, le valutazioni, la fiducia riposta in alcuni gesti.
E da questo che s’impara a non sbagliare ancora, e a capire quello che si cerca.
Il problema enorme non è la solitudine, né la paura ossessiva di trascorrere una vita senza qualcuno al proprio fianco.
Il problema è appagare quel desiderio represso che ognuno possiede, di trovare la precisa metà che provveda alle nostre mancanze e che ci dia enorme soddisfazione semplicemente con la sua presenza affianco.
L’amore folle esiste, e non è detto che per essere tale debba essere vissuto intensamente ma solo per brevi attimi.
L’amore folle è provocato dalla gioia folle di aver trovato quel qualcuno che ci corrisponda almeno per un 80%.
L’amore pensato, invece, non ha la stessa follia. E’ un istinto a cui ci abbandoniamo consapevolmente, con coscienza, con paura di sbagliare, ma con l’intenzione di fare del nostro meglio. E non è detto che metterci il cervello sia la cosa giusta.
Il cervello decide quello che il cuore non ha scelto.
L’amore pensato è un patto consapevole tra cervello e cuore, il che non denota un’unione ideale e perfetta, ma semplicemente un compromesso, per raggiungere un momentaneo equilibrio esteriore nella nostra vita. Una fase di stasi e relax.
E poi c’è da considerare un fattore non indifferente: l’altro.
Quando ci rapportiamo a un’altra persona, nonostante siamo ormai maturi e certi di quello che cerchiamo, dobbiamo fare i conti con un altro cervello e un altro cuore.
Se noi, a cuor leggero, decidiamo di scoprire se quel qualcuno che ci attrae sia o meno come lo vogliamo, dobbiamo sempre considerare la possibilità che non lo sia, e la possibilità che però noi siamo ciò che l’altro sta cercando.
In tal caso le cose si complicano visibilmente.
Considerato che noi esseri umani dotati di raziocinio, siamo così deboli da esser spesso influenzati in quello che realmente siamo, dagli altri e dalle loro aspettative, ci troviamo in una situazione davvero complessa.
Immaginiamo di conoscere superficialmente una persona che ci attrae e che a primo impatto ci piace. Immaginiamo che sia reciproca la cosa. Nel momento in cui noi dimostriamo di avere le idee chiare a riguardo, ci accorgiamo già al secondo incontro se la persona che abbiamo di fronte possiede o meno almeno un 50%delle caratteristiche che cerchiamo in lui.
Nel caso in cui non le possegga, saremmo tentati, per non creare ulteriori casini, a mollare tutto con la massima cordialità.
Il problema, però, sorge nel momento in cui l’altra persona in questione abbia ritrovato in noi ciò che cercava, o almeno una buona parte.
Gli atteggiamenti lusinghieri di chi sa cosa ha di fronte e non vuole perderlo, ci costringono mentalmente a temporeggiare, nella speranza di aver commesso un errore di valutazione, e che qualche dote positiva salti fuori inaspettatamente.
Qui interviene la forza di volontà. Tutto ciò è sbagliato per entrambi, perché se una delle due persone che formano una coppia già è a conoscenza del fatto che tutto presto finirà, non si comporterà mai correttamente con l’altra, e rivelerà senza premeditazione comportamenti strafottenti, dettati dalla reale ma latente strafottenza a riguardo.
E quindi qual è la soluzione? Non provarci? Non metterci buona fede? Buttare le mani avanti?
Nemmeno. Così si potrebbe compromettere la famigerata “prima impressione” che rivela l’eventuale feeling tra i due.
Bisognerebbe partire dalla stesso punto, dallo stesso desiderio di ricerca senza alcun tentativo di danneggiare l’altro. Basterebbe partire dalla buona fede e rivelare ogni sentimento istintivamente. O meglio ancora evitare qualsiasi comportamento compromettente se non si è convinti di quello che si sta facendo almeno al 60%.
Ciò comporterebbe la scelta di non poter vivere bei momenti, perché nonostante l’altra persona non ci corrisponda perfettamente, avrà sempre qualcosa di bello da trasmetterci ed insegnarci. Ma la scelta oculata porterebbe a risparmiare ulteriori strazii nel momento dell’addio.
Tutto dipende dal soggetto in questione, e dal livello di sopportazione degli addii.
Spenderei poche parole a riguardo.
Gli addii, in ogni forma e in qualsiasi relazione, sono qualcosa di straziante, una tortura che alcuni soggetti sopportano meglio di altri, ma pur sempre una tortura che chiunque eviterebbe con piacere.
Gli addii tra due persone che sono state insieme ma che non stanno più bene, per svariati motivi, sono il momento più falso del rapporto intero.
C’è un non so che di melodrammatico in loro. E’ il momento in cui i due attanti si sbizzarriscono in interpretazioni magistrali di quel dramma che a volte chiamiamo vita.
Ci sono diversi modi di viverli.
L’addio soft è quello con parecchie lacrime e abbracci. Parole dolci buttate qua e là, con tanto di “pensavo davvero che non saremmo mai arrivati a questo punto”, ed anche “ti amerò per sempre”, che in certi momenti non ha motivo di esistere.
C’è l’addio struggente, con poche lacrime, canzoni d’amore in sottofondo, un certo distacco nel dire le cose ma un continuo tentativo di ritornare sui propri passi e valutare se si potesse ricominciare da capo. E poi la conseguente presa di coscienza del fatto che ormai uno dei due non ha più intenzione di andare avanti, e quindi il suo tentativo di comunicarlo nel modo meno offensivo possibile, con frasi del tipo “dimmi tu, cos’è meglio per entrambi” oppure “ma lo vedi, l’hai detto tu stesso, non possiamo continuare così”.
C’è l’addio tragico, di quelli che non si augurano mai a nessuno, e che sono tratti liberamente da film e telefilms. Sono momenti di dolore fisico, di pianto acuto, di urla, strepiti, minacce. E’ un addio molto violento, in cui la parte “lasciata” sfoga la sua rabbia in gesti inconsulti, senza troppe parole, lasciando intendere un seguito piuttosto tragico nel momento in cui la parte “lasciante” volterà le spalle definitivamente. Sono quelli più innocui in realtà, che tra le altre cose, non si concludono mai al momento della scenata, ma si trascineranno, affievolendosi di volta in volta, per giorni, settimane, e se siete proprio fortunati, anche mesi.
Ma gli addii più sinceri sono quelli non detti. Quelli lasciati intendere tra le righe, quelli appena accennati, che risparmiano ad entrambi quel momento di falsità con cui si chiude la maggior parte dei rapporti.
Sono sinceri, ma anche i più pericolosi per la parte “lasciata”, perché chi non vuole intendere, non lo fa. Di conseguenza diventa interminabile la ricerca ossessiva dell’altro per spiegazioni e chiarimenti che non avranno luogo.
Ma sono sinceri se il momento di separazione è davvero preannunciato dalla parte “lasciante”, altrimenti, si rivelano una vera e propria fuga di una persona codarda che non ha il coraggio delle proprie azioni, o semplicemente di un soggetto che non aveva ben chiaro dall’inizio quello che stava facendo.
Insomma, riflettete un attimo su una delle volte in cui avete lasciato, o siete stati lasciati. Se, presa coscienza della cosa, vi foste abbracciati e ci aveste riso su? Surreale? Ipocrita? Forse ridere sarebbe stato più onesto di recitare per assecondare la situazione.

One Response to “riflessioni a mente aperta in percentuali”

  1. sara 23 November 2010 at 11:36 #

    …continua lotta tra cervello e cuore e addii strazianti.
    Condivido queste riflessioni, e sono d’accordo sul fatto che ridere sarebbe spesso la soluzione migliore.
    s

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