Ricordi

8 Oct

album-dei-ricordi-1Ognuno ha il suo modo di ricordare, io ricordo quella sera tra l’indecisione e la placida tranquillità di chi ha scelto di vivere. Ricordo le pillole lasciate a casa come un filo di Arianna, per ritrovare la strada. Ricordo il jeans che indossavo, il resto no. Lo ricordo perché lo odiavo, e perché tutto il resto era in lavatrice. Ricordo Morrisey dagli altoparlanti, perché c’è stato per un bel po’ da quel momento. Ricordo che ci siamo raccontati, in quella maniera un po’ falsa in cui ci si racconta quando non si vuol esser scoperti del tutto. Che non volevo andarmene eppure che volevo fuggire, per quella stupida paura latente di guardare in faccia le cose.
Ricordo la pace, il tremore, il cuore a mille, la soddisfazione, perché avevo avuto quello che volevo e insieme tutto quello che potevi darmi. Ricordo il tuo profumo e le tue mani nelle mie, come una coppia esperta e navigata, davanti a una vergine incorniciata da rosari. Ricordo di aver pensato che avevo appena fatto, in poche ore e senza stupefacenti, la cosa più assurda della mia vita. La cosa più bella. È esattamente quello che ho pensato. La cosa più assurda e quella più bella.
Quel cd ora non lo ricordi più, ed é strano. Quello che ricordi tu io invece l’avevo rimosso. L’intimità è così soggettiva, così temporanea. Ti è più facile ricordare di me quella morbosità ostinata che non credevo di avere. Ricordi il male perché ti travolge, ti appassiona. Lo ricordi perché non mi hai capita, neppure quando ti ho chiesto se volevi che me ne andassi. Ricordi di me uno sguardo che non hai avuto l’accortezza di interpretare. Ricordi di me quello che non sono: tu riflesso nei miei occhi.
Ricordo di aver detto “mi manchi” tante volte. Una di queste lo sentivo davvero l’abisso dell’assenza. Non avevo più lo stomaco, un cuore, dei polmoni. Ero seduta per terra, ginocchia al petto, e fissavo il vuoto –un grande classico. Il vuoto a tratti si riempiva di gambe che andavano e venivano, di volti preoccupati. Si intromettevano prepotentemente tra i miei occhi e te.
Ricordo di aver scritto “mi manchi” per la prima volta perché era vero, non come quando dici “ti amo” e includi in due parole un mondo che non conosci. Sapevo esattamente cosa dicevo, ma non me lo ricordo. O forse vista da qui quell’assenza non era mancanza. Svegliarmi senza te al mattino non era mancanza. Non lo era andare a dormire sola la sera. I parametri erano diversi: non avevo organi ma avevo tutti gli arti, potevo andare nel mondo. Stavo scoprendo per la seconda volta di essere impreparata a parare un colpo basso. La prima volta te la perdoni. Sentivo di essermi preparata a un’attesa imprevedibile, come se sapessi che qualcosa stava arrivando, come se sapessi che dovevo stare lì, ferma, senza organi ma con gli arti per andare nel mondo. E aspettare. Per poi scoprire che non c’era necessità. Non perché fosse passato troppo tempo, non perché si potevano atrofizzare, gli arti. Non arriverà nessuno. Era come aspettare l’autobus a una fermata e poi, all’improvviso, leggere il cartello e scoprire che è la fermata sbagliata. E allora pensi due cose, opposte e contrarie: perché non hai guardato prima e perché eri così convinta che passasse.
Era come il momento dopo quello in cui senti che ti si spezza il cuore, quello in cui si stacca e cade giù e non senti dolore, ti tocca solo rimetterlo a posto.
“Mi manchi”, ti scrivevo, me lo ricordo. E tu dicevi che stavi soffrendo più di me, ma non me lo scrivevi. Mi dicevi che la mia decisione era giusta. Ricordi. Ricordo bene di aver imparato a fare pace con le mie identità. Eravamo tutte d’accordo: quella che ti ha lasciato, quella che ti chiamava il pomeriggio, quella che ti provava a spiegare che non avevi fatto niente di male nel frattempo. Di te ricordo che tutt’intorno avevo odio. Ricordo le fughe e le telefonate fittizie, i nascondigli. Il telefono che ho tenuto in mano per mesi. Ricordo la materialità della tua presenza, il peso, ma non la sintonia. So che c’era ma non la ricordo. Ricordo di te che soffrivo, sempre, anche quando stavo bene. Soffrivo perché era la prima volta, non avevo gli strumenti. Le seconde sono sempre migliori.

No comments yet

Leave a Reply