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20 Nov

Circoli immensi di parole inutili.

Non insignificanti, forse piene di significato, ma non indispensabili.

Nulla in confronto ai fatti.

Parole pesanti, intense e distruttive.

Parole derivanti da riflessioni infondo superflue.

Perché il mondo è un continuo punto interrogativo?

Perché parlare senza dire mai la verità?

Perché scontrarsi continuamente con riflessioni che non esprimono nemmeno la metà di ciò che si pensa realmente?

 Nel buio più profondo c’è lei, con il suo desiderio di guardarsi indietro, e non avanti, per evitare un altro colossale punto interrogativo.

E indietro c’è lui, nascosto dietro un muro di parole, dietro una fitta cancellata di ricordi.

Il suo aspetto s’intravede a malapena. E’ confuso tra la realtà ed i ricordi di lei.

E i ricordi non sono mai oggettivi.

Questo è uno di quei momenti in cui lei non sa cosa ricordare. Se le aspettative, l’entusiasmo, il desiderio, o i sogni infranti e le paure.

Si guarda indietro cercando di ritrovare i pezzi, di ricostruirsi, di riscoprirsi e fare il suo resoconto.

Ma più va indietro e più non sa cosa cercare. Non sa più quali sono i pezzi da scartare e quelli da inserire. Non ne trova nemmeno uno che sia soddisfacente.

Non è a un bivio. Solo non vuole accettare.

Non vuole accettare che le sue scelte siano state sbagliate. Non vuole credere che tutto quello su cui ha puntato semplicemente non era all’altezza.

E lui è ancora lì dietro, fermo, immobile, e muto.

Non chiede di essere inserito tra gli scarti, ma nemmeno nel resoconto positivo.

E’ lì, la osserva e tace, e dai suoi occhi non traspare un giudizio, né una preghiera.

Più l’osserva e più capisce che tante volte altre persone l’hanno vista allo stesso modo. Passiva davanti agli eventi.

Il silenzio non sempre è assenso.

Lei ricorda di aver assunto la stessa posizione in altre occasioni, ma ricorda anche che il suo atteggiamento molto spesso è stato frainteso.

Ricorda di aver perso molto per una parola non detta, e di aver rimpianto.

 “E allora perché stai lì dietro e mi guardi? Lo vedi, sono triste, e non fai niente per aiutarmi.

Hai detto che non mi avresti fatto del male.

Hai detto che mi avresti salvata se avessi potuto.

Perché ora non fai niente?”

Le parole, troppo spesso sono superflue, e lui, questa volta, sceglie di tacere.

E quel silenzio è assordante. Quel silenzio la distrugge.

Lei aspetta. Crede che prima o poi arriverà una risposta, ci crede perché crede di conoscerlo.

Ma non si finisce mai di conoscere una mente umana.

Il suo sguardo non ha preso un significato, e nulla trapela dal suo volto.

Cos’è rabbia? Rancore? Paura? Amore?

Amore?

Ora?

Dopo tutto questo tempo si fa vivo adesso? E sotto queste mentite spoglie?

Come si può riconoscere l’amore in una frase piena di rancore e di paura? In quelle lacrime che scendono veloci…

La risposta non arriva, e solo ora lei si rende conto che il passato ed il presente hanno lo stesso grande interrogativo.

“Hai vinto. Lo vedi? Piango. Sono innamorata di te.”

Le parole non lo turbano. Forse quel muro attutisce il colpo. Forse quella figura continuerà a svanire. Forse lei continuerà a piangere.

Ma perché lasciare tutto al caso? Perché non lottare?

L’orgoglio è troppo più forte delle lacrime.

Ogni passo in avanti potrebbe corrispondere a un suo passo indietro.

Qualsiasi altra parola potrebbe allargare la sua ferita.

Decide di non farlo. Decide di non abbandonare il suo orgoglio, potrebbe non perdonarselo. Sarebbe ancor peggio vivere senza essere soddisfatti di se stessi.

Senza di lui avrebbe potuto vivere, si sarebbe potuta dare tante spiegazioni.

Senza se stessa no.

Ma quella frase non era già stata abbastanza forte? Perché lui non aveva reagito? Non era quello che voleva?

Stare lì impalati non serviva a niente. Lei doveva continuare il suo puzzle, e lui non era un tassello degno di tutta quell’importanza.

Ma i suoi occhi continuavano ad essere fissi su di lei. Non la lasciavano un attimo. Le bruciavano addosso. Le ricordavano di non aver lottato. Le ricordavano quella maledetta frase “forse un giorno sapremo se ero l’uomo per te”.

Forse, un giorno.

Allora doveva andare avanti? Affidarsi ancora al destino? Fare un’orecchia sulla pagina e girarla con cautela, in modo che tutto rimanesse intatto?

 Poteva far vincere l’orgoglio?

 Stavolta no. I suoi occhi l’avevano messa troppo alla prova. Non poteva più resistere.

Si volta, abbandona il suo puzzle e guarda quel muro.

Lui, lì dietro, è così indefinito. E’ un’ombra senza emozioni, come un involucro superficiale.

Pensa sia arrivato il momento di affrontare quel punto interrogativo, anche a costo di vederlo trasformare in un semplice punto.

Si decide. Muove il primo passo, e nulla sembra cambiare.

Il secondo. Il terzo. Il quarto, e nulla sembra cambiare, nemmeno la distanza che li separa.

Lui è fermo allo stesso modo, lei è sempre più dubbiosa.

Cresce la paura, ma lei non si ferma, è decisa, vuole andare fino in fondo.

Non si guarda intorno, fissa solo i suoi occhi e continua a camminare, senza avvicinarsi nemmeno di un millimetro.

Lui si fa più sfocato, ma non più distante. In lei la paura diventa disperazione.

Forse quella decisione non doveva prenderla.

Forse prenderla non le servirà a niente.

Forse lui vuole scappare da lei, senza sentirsi in colpa.

Tornano le lacrime. Tornano le domande. Sarà davvero amore?

 Non dice una parola, continua a fissare i suoi occhi, ma i suoi occhi ora guardano a terra. E lei, in quel momento, perde il coraggio.

Si ferma di botto. Guarda a terra. In un istante capisce. Il punto interrogativo è diventato un semplice, puro e significativo punto.

Lui non c’è più.

Il fitto muro di parole sembra svanito come fumo.

Lei è sola.

Dietro, il puzzle della sua vita. Davanti, un punto.

Cosa c’è di più significativo di un semplice punto?

Le lacrime.

Anche il suo orgoglio l’ha abbandonata, e cade in ginocchio, con il viso tra le mani. Le lacrime sono l’unica cosa tangibile.

Sta soffrendo, forse per una sua decisione, o forse per quella di qualcun altro, ma non lo sa.

Si siede a terra, abbraccia le ginocchia e scopre il viso.

Apre gli occhi.

C’è luce intorno, si riflette a strisce sulle lenzuola celesti e sul corpo steso affianco al suo.

Muove la mano su quelle strisce, vuole toccare la luce del sole, il suo calore.

Vuole sentire la vita.

La lascia cadere su quel corpo, e lo fissa con insistenza, quasi a volerlo svegliare.

La sagoma emerge dalle lenzuola come scolpita. E’ la stessa precisa forma che assume ogni mattina. La conosce a memoria perché ogni mattina la guarda allo stesso modo. Stesa sul fianco sinistro, raggomitolata e con i pugni chiusi. Apre gli occhi, quegli occhi.

Gli si avvicina e un bacio riecheggia nel silenzio della stanza.

 “Già sveglia?”

“Di nuovo quel sogno”.

 Lui allunga il braccio e la prende affianco a sé. La guarda, con quello sguardo che desiderava. Quello sguardo che la rassicura. Quello sguardo che tiene insieme tutto il suo universo.

Lei lo guarda, con uno sguardo soddisfatto, lo guarda con sufficienza, perchè a chi ci legge dentro non servono conferme.

Si gira, gli dà le spalle, tiene stretto il suo braccio e sorride. E sorride anche lui. Perchè niente è svanito

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