per non dimenticare

22 Oct

Concerto dei One dimensional man, tanta musica, rumori intensi, euforia e qualcosa che ti scuote dentro.

Folle di ragazzini in adorazione di Pier Paolo Capovilla e delle sue “massime”.

Sono banalmente contraria ai divi di carta, ai personaggi che diventano divinità solo perchè raccontano qualcosa di estremo. Non so quanto possa essere educativo o quanto realmente smuova le coscienze dall’interno, ma una canzone, un concetto, un momento mi ha toccato particolarmente dentro: Broken bones Waltz (dal nuovo album “You kill me”).

Pier Paolo si perde in un secondo di silenzio, di rispetto, e ci presenta il pezzo: il valzer delle ossa rotte. Canzone sulla tortura, sugli abusi di potere, su quello che “nel nostro dannato paese continua a non raccontarsi”, aggiungendo un dato importantissimo: a oggi in Italia non esiste una legge contro la tortura, che pertanto non viene considerata reato, e non prevede una pena.

Mi viene da dire solo una parola, per non perdermi in sterili polimiche: vergogna.

Ho pensato che certe denuncie non si devono fermare, che la tortura non è un fantasma, non è un ombra, è una presenza.

E ho pensato a chi la propria tortura ha deciso di racocntarla perchè non possa essere ripetuta. Ho pensato all’Uruguay, a Maurcio Rosencof, alle parole dette e poco diffuse. Ho pensato che qualcuno vorrebbe sapere, conoscere, vedere la realtà del dolore e toccarla con mano.

Ai duri (e puri) di cuore. Vi invito a questa lettura:

Le leggi dell’irrealtà

fh: Ci gettarono nel cassone del camion come immondizia. Iniziammo a perdere la nozione di quanti prigionieri c’erano e di chi eravamo, il silenzio e l’oscurità erano totali.

mr: La destinazione, sconosciuta. Ne avevano gettato un terzo. Chi? Arrivai a dubitare che ci fosse un terzo, e anche che ci fossi tu. Io c’ero? Tutto era irreale, spettrale.

fh: Era inutile urlare, inveire, fare qualsiasi cosa. Quando trovavo una posizione comoda, l’unica cosa che ricevevo era un colpo o una spinta violenta perché tornassi alla posizione precedente.

mr: Sai quando fui certo di aver capito con chi viaggiavo? Quando Pepe (Josè Mujica, attuale Presidente dell’Uruguay)  iniziò a chiedere insistentemente che lo facessero cagare. Pepe era malato.

fh: Aveva la diarrea cronica.

mr: Sento te che dici: «Lasciatelo andare, è malato».

fh: Trascorsero molte ore di viaggio…

mr: Le ore ci confondevano, e anche il fondo stradale. Una strada importante ci dava l’assurda impressione di essere diretti a un luogo “civilizzato”. Quando iniziavano le buche pensavamo «Dove cazzo stiamo andando?». Io perdevo spesso la cognizione del tempo, perché improvvisamente la testa ti riportava ad altri eventi, ricordi, e non avevi la cognizione di quanto tempo fosse trascorso. Potevano essere tre ore come trenta minuti.

fh: L’unica cosa sicura è che dopo un po’ di tempo Pepe, che evidentemente non poteva trattenersi più, ci disse: «compagni, scusatemi ma io cagherò qui».

mr: La guardia non sopportava più quella puzza. Alla fine, dopo molte ore, arrivammo alla caserma.

fh: Ci fecero scendere legati e incappucciati, come eravamo nel camion, e ci lasciarono così, in un calabozo, in piedi…

mr: … dopo essere passati sotto gli stivali di una orda di soldati che ci caricò di calci; ci fu una sfilata di capi e ufficiali che ci guardavano come animali dello zoo, e il comandante ci esaminava come Napoleone da un quadro.

fh: Passammo tutta la notte in piedi e senza chiudere occhio. Il giorno seguente, all’alba, passammo nelle mani di un’altra unità, questa volta la Cavalleria. Il camion che usano è diverso, più da parata… ci legano i piedi con il fil di ferro e ci buttano nel cassone, insieme a due enormi ruote di scorta che vagano libere e ci cadono addosso molte volte. Avevano scelto un percorso di strade sterrate. Era evidente che c’erano altri veicoli. Il viaggio sarebbe stato così lungo che si sarebbero dovuti fermare a metà del percorso per fare rifornimento.

mr: C’erano travi sulle pareti del cassone, e bulloni sulle travi, ai quali assicuravano meticolosamente le nostre caviglie legate. Una tanica sulle caviglie, iniziava a spingere; era una lotta tra la caviglia e la testa del bullone. La caviglia perse.

fh: Avrebbe perso sempre. Fu un viaggio indimenticabile, uno in più, insieme a quelli che già ci pesavano sulle spalle, senza mangiare, senza dormire, scartavamo le ipotesi più incoraggianti.

mr: In momenti così, sembra che il corpo pretenda che la mente lo nutra con qualche piacevole ipotesi.

fh: Stiamo per entrare in un universo in cui quello che ha valore per noi non è la realtà concreta. Un uomo, quando viaggia, ha una cartina e vede le strade che attraversa. Non può avere dubbi. Ha un orologio al polso e verifica i suoi orari. Nella condizione in cui eravamo, iniziavamo a entrare, senza saperlo ancora, nell’universo in cui avremmo vissuto: un universo costruito dalla nostra stessa immaginazione e dai nostri stessi calcoli. Che fosse reale o no, non contava molto. Funzionava come se lo fosse.

mr: Ma lo era!

fh: Ho l’impressione che arrivammo a Santa Clara de Olimar alle tre di pomeriggio. Anche se fossero state le cinque di mattina, per me erano le tre di pomeriggio.

mr: Svanivano i confini tra la realtà e l’immaginazione. Questa condizione diventò una legge. Ci capiterà poi di costruire un universo partendo da una minuscola informazione.

fh: E quest’universo operava in noi con delle leggi, come quelle dell’universo reale.

(Tratto da “Memorie dal calabozo – tredici anni sottoterra” di Mauricio Rosencof e Eleuterio Fernandez Huidobro, Iacobelli Edizioni 2009, Roma)

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2 Responses to “per non dimenticare”

  1. Margherita 22 October 2010 at 10:19 #

    Bello il testo, la canzone e la citazione del libro (che leggerò)…
    Non ci crederai, ma proprio ieri mi è capitato di ripensare all’argomento tortura…e le riflessioni sull’argomento, per quanto numerose, non sembrano mai sufficienti.

    • serenaferraiolo 22 October 2010 at 10:28 #

      Grazie Margherita, in realtà con tutte le petizioni che si fanno in giro, forse sarebbe il caso di far riflettere anche su quest’argomento, che non mi pare per niente secondario… vedremo cosa riusciremo a fare!

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