Penelope

21 Oct

Ho sempre vissuto su quest’isola, senza sapere cosa ci fosse fuori, senza sapere come fosse vivere fuori, senza pensare alle colonne d’Ercole, alle guerre, alle partenze e ai ritorni.

Sono sempre stata così impegnata a veder partire e ad aspettare. Aspettare. Aspettare per anni il destino altrui che inevitabilmente può cambiare la tua vita.

Sono scelte, mi dicono. Mi dicono che dovrei smettere, di aspettare, ma io sono egoista. Ho bisogno di confini, limiti, di alzare barriere e tenere tutto in un luogo sicuro. Il mio luogo sicuro è la mia isola.

La gente ha scoperto questo mio immenso tesoro, e ha deciso di appropriarsene. Quanto è sfrontata la gente. Quanto ti porta lontano l’egoismo, la curiosità. Perché può essere solo curiosità, non posso credere che la realtà risponda sempre alle aspettative. A me non è mai successo.

Aspettavo, e quella volta ci speravo anche un po’, di finire la mia tela per dedicarmi ad altro, a me stessa. Non ci si dedica mai abbastanza a se stessi. Lo desideravo così tanto, che non è ancora accaduto. La tela non è così difficile, avrei potuto terminarla in due giorni e due notti, con ottimismo, e invece sono anni che filo. Mi hanno scoperto a disfarla di notte, che sciocca. Una mia ancella, certo non la più fedele, si è abbandonata al nemico, il mio invasore, per lascivia, e ha raccontato il mio piano. Secondo lei l’avrei fatto per non sposare un altro uomo, per non dire addio al ricordo di Ulisse, per non nutrire con la speranza la mia speranza del suo ritorno. Che sciocca.

Non ci si dedica mai abbastanza a se stesse. Questo attendo. Questo spero. Questo è il pensiero che non voglio abbandonare.

Mi hanno detto che sono brava a mettere confini. L’ho letto negli occhi del mio cane, l’unico uomo di questa famiglia. Lei negli occhi ha la sofferenza, io negli occhi ho una decisione chiara: conservare. Impazzirei all’idea di dover lasciare tutto: l’isola, la casa, le mie ancelle, il mio corpo, la mia anima, alla mercè di un altro essere umano. Un altro, certo, dopo mio marito. Si sta così bene senza di lui. Si sta cosi bene con la propria testa, la propria pancia, il proprio cuore.

 

 

Penelope tesse. Penelope trama. Penelope aspetta. Penelope spera. Penelope, Penelope, Penelope… sempre protagonista. Sempre a parlare di quello che faccio e di quello che non faccio. Sempre a sindacare, sempre a controllare.

Non era così prima. Prima stavo così bene qui, con mio marito che sapeva perfettamente cosa fare e cosa non. E quello che non faceva lui diventava territorio mio. Dominio. E da lì ho iniziato a costruire me stessa e sono arrivata qui.

Gli altri, invece, gli altri no. E non perché mio marito sia il migliore, semplicemente perché abbiamo costruito il nostro equilibrio. Ci conosciamo, ci rispettiamo. Gli altri credono che il mondo stia ai loro piedi e che io debba, inspiegabilmente, accettare le loro posizioni e modellarmi sulle loro. Non è  così. Non è più tempo per modellarsi. Sono una roccia ormai. Sono serena e stabile come una roccia.

Eppure io sono qui che aspetto.

Pensa a una nazione. Una vita intera a decidere dove inizia e dove finisce. Una vita intera a definirne i confini per poi, da un giorno all’altro, scoprire che quella nazione confinante con cui hai lottato per una vita intera, non c’è più. E non ce n’è un’altra, non c’è uno spazio per allargarsi. Non c’è proprio niente. Ti affacci dalla muraglia e invece di trovare forze spiegate all’attacco o sorveglianti in ronda per impedirti il passaggio, non trovi niente, neppure la terra sulla quale atterrare.

Ho sentito un anziano che diceva “non è nulla senza Ulisse”. Come se una donna senza un uomo fosse svuotata del proprio scheletro, cadesse a terra con un tonfo, senza dignità.

Non è così. So chi sono senza Ulisse. Sono Penelope, una Penelope con un pezzo mancante, con delle barriere che non hanno più motivo di esistere. Con un potenziale dimezzato, come le forze.

So chi sono, so cosa mi serve, so che devo prenderlo da me. So che dovrò fare il doppio, devo entrare in pari e poi ricominciare. Ma prima, per non farlo invano, mi conviene aspettare. Aspettare lui.

 

 

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