palle di neve

16 Dec

Cosa succede lì fuori?

Non ne ho la più pallida idea. Hai presente quella palla di neve che mi hai regalato tanti anni fa? Quella con Londra innevata. Ho sempre pensato che quegli oggetti così qualunquisti ti caratterizzassero, ma non perché tu sia una persona qualunquista, no. Non l’ho mai pensato.

Una palla di neve. Una palla, come una campana di vetro, che contiene tutto il tuo mondo, e secondo il volere di qualcun altro ne modifica il tempo atmosferico, le condizioni climatiche, conservando il tuo romanticismo di fondo.

Mai che una palla di quelle agitandola facesse venir giù, che so, un’inondazione, un temporale, fulmini e saette. No, lenti fiocchi di neve bianca che scendono. Lenti fiocchi e cadono, si posano, si adagiano, per poi ritornare.

Sai che gran mal di testa a stare chiusi in quella palla per tutta la vita? Hai presente quell’omino che da anni ormai sta lì, dritto, impalato, alla fermata dell’autobus. Quanti anni saranno passati? Lui è sempre lì, e gli autobus sono a due piani, rossi. Ce ne sono ancora a Londra? Non lo so, non ci sono mai stata.

Ecco, in questi giorni ci pensavo con insistenza. Quella sensazione ovattata di non appartenere al mondo, quello reale. Quell’intorpidimento da occhi gonfi e mancanza di caffeina. Quel ciondolare per casa, per l’ufficio, per la città, senza un minimo di midollo.

Ho letto su un blog che nella mia città, o meglio, nella città in cui vivo, ci saranno degli scontri. Non ci ho fatto caso. Purtroppo i luoghi della mia giornata non s’intersecano con la civiltà: una macchina, una strada a scorrimento veloce, un ufficio, alienazione e gallette di riso, che non puoi nemmeno masticare con nervosismo, perché i canini ci affondano dentro, come se fosse polistirolo. Neve.

Ho comprato il giornale stamattina. Ne ho approfittato, perché non sono andata in ufficio. Facevo colazione al bar circondata da gente con il sorriso all’ingiù e quando l’ho aperto c’erano delle foto, confuse, grigie, tristi, e la parola CRISI, che se avessimo una lettura ottica e un CEO cerebrale non saprei ben dire quanti articoli verrebbero indicizzati, e quali per primi.

Ho lasciato perdere, perché ai piedi dell’ultima pagina c’era un annuncio in rosso e bianco. Finalmente un po’ di colore. Finalmente un sorriso a colori. C’è scritto che è Natale. Bah, io mica ci credo.

Mi sono sentita un po’ Michael J. Fox con un almanacco in mano. Ho sentito anche la voce di Scrooge. Si era sbagliato. Non sono io a non credere al Natale, a me tutto sommato il Natale piace (se eliminiamo lo stress da regali e quello da grande abbuffata). Il punto è proprio che fatta eccezione per le luminarie che attraversano Roma (che in queste occasioni rivendica la posizione: capitale d’Italia) qualcuno si dev’esser scordato di accendere l’interruttore che insieme a tutte le illuminazioni per le strade inneschi anche quella catena di sorrisi e si saluti benevoli per strada.

No, si sono sbagliati, non è Natale. Non sta arrivando. Oggi è un giorno come tanti.

Oggi chiudo il giornale e me lo metto in tasca, nel caso in cui mi dovesse servire quando tornerò nel mondo.

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