Neapolis 2011. i postumi a telefono

11 Jul

tuuuuuuuu… tuuuuuuuu…

itrerefusi: Signora, scusami, penso di essermi persa le puntate precedenti. Non capisco perché ogni volta che torno qui ho quella strana sensazione di deja vu, come se tutto fosse stato già vissuto, come se tutto fosse uguale a sempre, ma poi alcuni dettagli ti fanno capire che non è vero. No, non è vero: credo di essermi persa le puntate precedenti, mica hai mysky? Io no, non le ho potute registrare.

Lagallinabianca: Che dirti Signò. Tutti e quindici gli anni?Io ti posso riassumere pianopiano gli ultimi sette, ogni anno a crescere con maggiori dettagli. Ti posso dire che tengo fissa nella mente la scena del cantante degli Horrors che scende dal palco e si fa di corsa tutte le prime file, per poi risalire, e quand’era?Il duemilacinque? E poi ti posso dire delle lacrime versate (di risate, signò, di risate) quando Elio dal palco della mostra d’oltremare paraculava Morgan con eleganza?La paura e il delirio dell’assalto del popolo Prodigy, oppure vogliamo parlare dei lustrini superfunk di un Jamiroquai che ha risvegliato il Vesuvio? Signora a me queste cose mi sono piaciute assai, ma quest’anno il dejavu c’era solo quando guardavo sul fondo della mia birra. I fondi di birra sono sempre uguali, loro non ti tradiscono. Quest’anno era un vero festival sporco di sabbia d’Arizona-deserto-del-nevada-area-51. Veniva voglia di rotolarsi a terra e fare gare di macchine nel parcheggio. Comunque dicono che il down è fisiologico dopo un evento del genere. Pensiamo agli highlights…

 
Ma nel senso di méches o di momenti clou? Signò, alla fine è sempre tutto così intenso. Se pensi al sole che cade a picco sulla tua testa e ti lascia tutto il giorno in quello stato di trance in cui tutto sembra alterato. Ecco, mi sento ancora così, e non è la febbre. È l’astinenza. Gli occhi lucidi che mi vedo allo specchio, chissà se stanno ancora provando a buttare via la polvere. È come una malattia autoimmune, il corpo la rigetta ma gli occhi hanno assorbito troppo. È un po’ anche come la miopia, che ti nasconde i particolari irrilevanti e ti lascia guardare le cose solo come le vorresti interiorizzare. Ecco, il Neapolis e una fotografia un po’ seppia, perché la luce del giorno a luglio le brucia le immagini. Peccato per quelli che non lo sanno che all’ora del tramonto gli Architecture in Helsinki e i palloni da spiaggia insieme ti fanno sentire la voglia di estate, di vita, e ti strappano il sorriso che gli altri 11 mesi dell’anno hanno provato a toglierti. Peccato per loro, perché a volte il deserto dell’Arizona sembra una spiaggia, ed è bellissimo, e secondo me nemmeno la miopia ti tradisce, è conclamata, è una tara, e forse più vai avanti negli anni più aumenta per aiutarti a conservare la prospettiva giusta. Ovviamente la cataratta è un’altra storia.

Signora mia, mio padre quando mi ha visto rientrare oggi a ora di pranzo mi ha detto “te la vuoi trovare una fatica seria?”. Poi mi ha detto racconta. E da dove potevo cominciare? Certe cose o ci sei o non ci sei. A partire solo dalla percezione del tempo: come li spieghi due giorni infiniti che sembrano uno solo? Parlare di letteratura col musicista che hai sentito in ipod (Crocodiles! Crocodiles! I brividi sulla set list che attacca di botto con NEON JESUS e manco ti lascia il tempo di prendere tutta l’aria e cominciare a cantare senza sosta) per tutto l’inverno e pensare che in quel momento non esiste che sei un laureato in lettere e non hai una lira e manco il macellaio ti vuole per uno stage: NO. La cosa più bella è che tu sei lì in quel momento con la chiave d’accesso al significato di tutti quei tatuaggi da surfista, visioni del mondo rovesciate attraverso finestrini di tour bus che non hai mai conosciuto e che però vedi attraverso i loro occhi. Quante storie signora, da fare invidia all’impero Mondadori. Comunque su Skin ti ho vista cantare, non me l’aspettavo.

 
E non mi hai vista in prima fila sotto la transenna mentre Born Sleepy pompava nella cassa dritta del mio timpano destro. Ti avrebbe stupito anche quello, anche i pugni nell’aria durante i Battles. A volte sembra quasi che i gruppi si palesino precisamente quando ne hai bisogno. E a un certo punto io avevo bisogno di urlare, e per fortuna me ne hanno dato la possibilità. Io però ti ho vista più nel backstage che nel frontstage (in realtà anche a destra e a manca). Suppongo fosse per smentire quello che tuo padre ti ricorda, che alla fine fare il musicista in italia non è una cosa seria, e figurati poi stare nel backstage a intervistare gente che in Italia, per logica, è nullafacente! Insomma Olga, ce la vogliamo trovare una fatica che sia riconosciuta tale e che ci dia pure soddisfazioni emotive? O vogliamo sovvertire l’ordine e spiegare al mondo che le fatiche che non ti danno emozioni nel mentre ti tolgono pure la salute? Sono prolissa, si vede che sono leone ascendete toro, ma credi che i Mogwai ce l’abbiano quella chiave? Mi sembravano così profondamente raccolti. Mi sembrava proprio che stessero lì a dire: sì ragazzi, noi la chiave ce l’abbiamo, ma il vaso di Pandora non lo possiamo mica scoperchiare di botto. Prendetevela un poco per volta questa verità. Non credi? Cioè io sono anni che la cerco anche al mercato una chiave, ma pare non sia mai quella giusta.

Comunque hai ragione. Che concerti mi sono vista a ‘sto giro? Gli Architecture sono stati pazzeschi. Io ero venuta per loro e per i Coccodrilli. Poi ho scoperto i Battles. Ogni anno succede che vengo per qualcuno e scopro troppo qualcun altro. L’anno scorso era così per Morning Benders e Does it offend you yeah?. Battles nettamente una scoperta, non c’è che dire, me li sono visti dalla torretta della stampa e mi sono emozionata. Tra il tramonto e la notte nello scenario postatomico dell’Italsider le immagini e la musica creavano qualcosa di spettacolare… allora ti viene in mente che Napoli potrebbe veramente essere qualcosa di molto più simile al Mondo di quanto non si pensi. Me ne sono tornata a notte fonda tra le stradine scuro-gotico di piazza San Domenico Maggiore e mi sentivo nella Parigi di Intervista col Vampiro, la parte di Antonio Banderas. Comunque, attori ispanici a parte, signora, io ti devo lasciare perché devo scrivere la recensione sul Neapolis. Poi mi devo fare pure la doccia che per la nostalgia mi è piaciuto conservare un aspetto da metalmeccanico almeno fino a dopo pranzo. Comunque ti chiamo per un aperitivo. Sei la succursale del Neapolis più vicina che posseggo, a Roma. Non riuscirò a starti troppo lontana.

 
E vabbuò signò, ci saranno altri concerti, altro terriccio e altri scenari postindustriali. Che dobbiamo fa’. Io la doccia però me la sono fatta appena tornata a casa, non ce la potevo fare a portarmi appresso le emozioni, almeno non tutte, altrimenti rischiavo di non chiudere occhio. E soprattutto poi rischiavo di svegliarmi incupita e col cuore gonfio. Non me lo posso permettere, ho già una frangia troppo pesante da portare sulla fronte.

Enniente. Quest’è. Statti bene.


Cià.

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