letargo proletario

30 Aug

A volte tornare da un viaggio ti sembra l’unica cosa sensata. Tornare, come se fosse la vita un momento di passaggio, una breve parentesi, prima di tornare alla vita stessa, alla vita di sempre. A volte una vacanza è solo questo, quando sai quello che hai lasciato, e sai di volerlo. A volte un viaggio è la vita stessa, e invece di “tornare” diresti semplicemente “partire”. Sono partita da Lanzarote due giorni fa, per Roma, perchè sapevo che erano qui tutte le mie cose: i miei armadi pieni di scarpe e vestiti, il mio pc, le chiavi di casa, la macchina, i mobili e. Sapevo che a Roma avrei ritrovato il mio lavoro, che significa poi la mia vita. Sapevo che qui avevo gettato l’ancora e con lei le basi per un nuovo inizio, due anni fa.

Sono partita da Lanzarote e a Roma non ho trovato un abbraccio all’aeroporto. Solo un medico cileno che aveva l’albergo sotto casa mia e quindi ho trovato compagnia. Sono partita da Lanzarote e ho lasciato, lì, su quelle spiaggie, me stessa. Ho deciso di lasciarla lì, ho visto dal primo momento che stava molto meglio di me. L’ho vista un attimo dopo l’atterraggio guardarmi e chiedermi perchè quella valigia così grande, che cosa ci avrei dovuto fare. Le ho risposto che semplicemente non conoscevo il posto, avevo portato il minimo indispensabile “metti che una sera dobbiamo andare a ballare? Che ne so, ho portato anche le scarpe col tacco”. Lei agitava la testa in modo riprovevole. Ovviamente l’ha avuta vinta lei, dal primo momento. E io mi sono sentita così stupida.

L’ho lasciata lì perchè la sentivo agitarsi come una furia mentre nuotavo in quelle acque gelide, trasparenti, splendide. Non era l’acqua e nemmeno i pesci. Non era la paura, voleva proprio dimenarsi di gioia, si sentiva libera, e io con lei. Ci siamo sentite libere in un posto di passaggio, e non semplicemente perchè fosse di passaggio. C’era uno spirito, dentro, che si svegliava poco a poco.

Mentre giravamo per l’isola non ho avuto paura. Avevo imparato a convivere con quell’agitazione, mi dicevo tra me e me (perchè lei non sentisse) “ha dormito per così tanto tempo, è giusto che si sgranchisca ogni tanto, che si agiti, che si contorca. E’ il prezzo per la libertà”. Poi in un attimo si è paralizzata. Mi sono guardata intorno e c’era tutto: il sole, le nuvole, il mare che sfogava la sua rabbia sugli scogli, gli scogli che subivano senza emettere un gemito, il nulla assoluto, nessuna forma vivente. C’eravamo noi, sole, davanti all’immensità della natura, della vita, della morte. Lì ho sentito paura, una leggera paura, un vento freddo che mi fermava il respiro: il sublime. “ecco cos’è” mi sono detta, e in quella quiete ho girato i tacchi e ho ripreso a guidare, con una corazza di metallo e plastica, verso luoghi sconosciuti.

L’ho lasciata lì perchè si agitava così tanto che non potevo più domarla, quella parte di me che durante l’anno capisce e senza proferir parola si mette lì, in un angolo, e chiude gli occhi. Lo chiamiamo letargo proletario. Un giorno le ho detto che la vita non era così, che ci voleva disciplina, che anche se per un paio d’anni aveva fatto quello che le pareva, non significava che sarebbe stato sempre così. E lei ribatteva “già dopo Siviglia mi hai messo le manette” e io “sì, ma dopo c’è stata Napoli, e poi abbiamo viaggiato, viaggiato tanto”. In un modo o nell’altro le ho sempre dato un contentino, ma è inevitabile. Più le chiedevo di restare lì buona “altri due mesi, giuro, e poi facciamo quello che vuoi tu” e più lei si agitava, rivendicava i suoi spazi, finchè un giorno l’ho sedata. Mi ha guardato con quegli occhi languidi e socchiusi, e io mi sono sentita in colpa, tremendamente, ma è stato un attimo, e in fondo lo facevo per il suo bene. Mi dicevo che era giusto, che non potevo costringerla così a fare quello che non voleva, che ci voleva disciplina in questo mondo, che lei invece proprio non ce l’aveva nel sangue. Infondo cosa avevo fatto di male, avevo solo guadagnato un paio di mesi. Il guaio è che quando si è risvegliata non mi ha più guardato in faccia. Sì, le avevo fatto male, e lei aveva perso tutta la fiducia in me. E aveva ragione, era stato un colpo meschino, ma io continuavo a ripetermi che un giorno sarebbe cresciuta, avrebbe capito.

Quel giorno non è mai arrivato. Lei era più calma, sempre più calma, finchè un giorno l’ho sentita spegnersi. Non so bene quando, non lo ricordo. Non ha dato nessun cenno di preavviso e devo essermene accorta qualche giorno dopo che non c’era più. Che c’era, ma non batteva ciglio. “Avrà capito” mi sono detta, e non provavo a verificare la sua presenza. Era come giocare a nascondino, una volta che la vessi scoperta avrebbe voluto continuare e io non avevo tempo per giocare con lei. E siamo rimaste così, per un anno credo, forse qualcosa in più. Siamo rimaste in silenzio come due separati in casa.

E poi ho messo piede in quell’aeroporto, fuori dall’aeroporto, ho sentito il vento sbattermi forte addosso, entrare nei capelli e sconvolgerli. Mi ricordo di aver alzato la mano per rimetterli in ordine, inutilmente, e una voce dentro ridacchiava. Mi prendeva in giro, come per la valigia. Mi prendeva in giro perchè sapeva che finalmente era arrivato il suo turno. E io ho sorriso, accettando la sconfitta. Era realmente il suo turno.

L’ho lasciata lì perchè erano anni che non la sentivo così viva, me stessa. Mi ha obbligato anche a comprare libri, tanti libri. Mentre passavo contrariata la carta di credito lei gentilmente mi spiegava “e cosa credi che potremmo fare io e te per due settimane?”. Aveva ragione, era da tempo che non ci parlavamo più. Ho accettato, con un sorriso. Dopo tutto quello che ha fatto per me, se lo meritava. E allora abbiamo nuotato insieme in quelle acque gelide, ci siamo emozionate davanti a opere architettoniche perfettamente innestate nella natura. La natura ci ha emozionate, insieme al vento e al sale. Non abbiamo pensato molto, abbiamo poco a poco provato a parlare. Io cercavo riposo e lei mi dava lo slancio per riposarmi poi, alla fine della giornata. “Siamo state davvero bene in vacanza quest’anno” le ho detto all’aeroporto quando era ormai ora di partire. Ho sentito un silenzio gelido mentre il vento mi passava ancora tra i capelli. “In vacanza?” mi ha detto quasi balbettando.

Immobile ho sentito una voce piccola, sottile, come una bambina a cui improvvisamente strappano via il suo gioco preferito, o forse no, dev’esser stato qualcosa di più grande. Era una voce rotta, delusa, distrutta. In un attimo ho pensato ai suoi silenzi, durati un anno. Mai un colpo di tosse, mai un’alzata di testa. Ho pensato a quanto le dev’essere costato e alla sua gioia, immensa, al suo risveglio. Ho pensato a come a poco a poco si era sciolta, aveva ripreso fiducia, e mi prendeva in giro, bonariamente, sfidandomi a fare tutto quello che lei volesse.

Ci ho pensato poco, stava troppo bene lì. “In vacanza, certo, lo sai, io ho un lavoro, una casa, devo tornare. Quando ci rivediamo? Mi vieni a trovare anche tu ogni tanto o devo tornare sempre io? Guarda che gli aerei costano eh!?”. Ho sentito quel guizzo, breve, intenso, improvviso. Avrebbe voluto esplodere di gioia, lo so, ma si è contenuta, sapeva quanto mi costava partire, o meglio, tornare. “Col cavolo che ritorno, io lì giù non ci torno mai più! Passami a prendere per la prossima vacanza se vuoi!”.

Nessun abbraccio, solo tanta malinconia. Ma che potevo fare? L’ho lasciata lì perchè con me sarebbe morta, si sarebbe spenta per un altro anno e chissà, forse non l’avrei risvegliata più. Non potevo permetterlo, infondo è la parte più bella che ho.

One Response to “letargo proletario”

  1. lordbad 12 September 2011 at 16:26 #

    Un saluto da Vongole & Merluzzi!

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