Lavoro? No, grazie

10 Jan

“Oggi non lavoro, oggi non mi vesto. Resto nudo e manifesto” canticchiava saggiamente un po’ di anni fa la Bandabardò, e forse sarebbe meglio fare così, un giorno l’anno, come forma di protesta o per prendere un giorno di vacanza in più!

Tornare in ufficio dopo un periodo di ferie è sempre dura, un po’ meno se la nostra routine durante le ferie è diventata insopportabile!

Comprare i regali per tutti (e sentire fitte al cuore per ogni strisciata di carta di credito), cavalcare le autostrade nei giorni e nelle ore di punta facendo amicizia coi vicini – di – coda, svegliarsi tardi ogni mattina, affrontare il traffico che in questi giorno non manca, affrontare il freddo pur di essere nel luogo giusto al momento giusto, andare in gita nelle città vicine per salutare gli amici che non si vedono mai, mangiare mangiare mangiare, godersi tutta la famiglia (tra transumanze di casa in casa), addobbare casa, ufficio, vivere l’ansia del “cosa si fa a capodanno?” per poi non fare “niente di che”, giocare a carte, aprire pandori e panettoni, e mandarini per la tombola, e 7 e 1/2 per tradizione, e scambiarsi i regali, e pensare a come reciclarli.

E poi tornare a una “finta” normalità, sistemare quello che non si ha il tempo di fare durante l’anno, togliere gli addobbi prima che le feste finiscano, provare a alzarsi prima per non arrivare a lavoro col jet-leg, cucinare tutti gli avanzi, camminare per riprendere il ritmo, abbandonare l’influenza che colpisce negli unici giorni che ti vorresti godere, salutare amici e parenti, preparare le cose da mettere per ricominciare l’anno. Sono davvero vacanze?

A volte tornare in ufficio è una liberazione. Infondo le nostre giornate volano via così, tra il traffico umano e automobilistico della mattina e quello della sera al ritorno, tra una pausa pranzo e una chiacchiera con i colleghi, tra un computer (ormai il miglior amico dell’uomo), una scrivania, un cellulare. La nostra non è vita. E’ una continua dipendenza dalle tecnologie, dall’ansia de “la prossima puntata”, del dire e del fare (e mai dell’ascoltare). E ci siamo tutti dentro, dai ricchi gestori d’imprese ai poveri giovani ormai depressi che non riescono a liberarsi e a svoltare.

I più coraggiosi si mettono in proprio, pagano una quantità di tasse senza senso e quello che guadagnano non ammortizza i costi della propria libertà. Gli altri, se sono fortunati e non sono stagisti, probabilmente fanno un lavoro che non amano, o non ben retribuito, o almeno due.

E corriamo contro il tempo per mantenerci a galla (certo non per vivere bene).

Pensiamo alla quotidianità e poi guardiamo lontano, alle spese che vorremmo poter sostenere, realisticamente “quando saremo grandi”.

Mi accusano di buonismo spesso e volentieri. Non è solo questo, è che ho ancora la forza di credere che “volere è potere”, e che infondo qualcosa cambierà, ma solo se ci sarà mai la volontà d farlo.

Oggi, per l’ennesima volta, mi metto alla prova. Ritorno precaria, e provo ancora una volta a non farmi passare questo buonumore.

3 Responses to “Lavoro? No, grazie”

  1. FG 11 January 2011 at 00:00 #

    Sono religiosa, e quindi spero che la precarietà faccia parte di un qualche progetto divino e che sia uno status che ci porti a qualcosa di buono!
    per il momento resto una povera stagista schiava, più disillusa che illusa, più pessimista che ottimista….ma solo di una cosa sono certa: storta và, diritta viene!
    in bocca al lupo Sere!

  2. sam 11 January 2011 at 09:33 #

    SANTE PAROLE….
    come ti capisco

    😉

  3. Margherita 12 January 2011 at 15:48 #

    “probabilmente fanno un lavoro che non amano, o non ben retribuito, o almeno due.

    E corriamo contro il tempo per mantenerci a galla (certo non per vivere bene).

    Pensiamo alla quotidianità e poi guardiamo lontano, alle spese che vorremmo poter sostenere, realisticamente “quando saremo grandi”.”

    Ecco, questa sono io…

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