L’afasia, ovvero l’altro volto della comunicazione

21 Jan

L’afasia è la nostra reazione. Noi, la “generazione zero”, quelli che hanno più mezzi di tutti a disposizione per denunciare, interagire, comunicare, spesso scelgono la trada più assurda: il silenzio.

A volte riusciamo a chiudere i padiglioni auricolari, a chiudere gli occhi e a tappare il cervello. I neuroni impazziti si placano ed è morte celebrale.

La strada sempre in discesa. Se “gli altri”, quelli prima di noi, hanno fatto la storia, le rivoluzioni, il ’68, il punk, a noi infondo, cosa resta per essere originali? Tacere.

Il silenzio a volte è d’oro. A volte è una sorta di protesta, di sciopero bianco. E non è semplice gestire il bagaglio emotivo che si contringe nel petto. A volte si vorrebbe esplodere e gridare in faccia a tutti la realtà. A volte si vorrebbe bestemmiare solo per ricordarci che il Vaticano gioca in casa e che non abbiamo alternative di lotta contro la pressione morale ed etica inculcata dalla nascita (a volte pensi anche che andrebbero insultate persone perchè sono state così abili a liberarsi da questa “morale” e  contaminare tutto il mondo circostante).

A volte si dovrebbe pensare alla violenza come risoluzione drastica. Ma noi non siamo dei violenti. Ci hanno insegnato la moderazione, ci hanno dato il bastone e la carota, e con l’andare del tempo sempre più la carota. Ci hanno addomesticato in una realtà costretta, corrotta, melmosa, da cui non riusciamo a uscire perchè la melma si è trasformata (nel nostro immaginario) nel nostro letto di allori.

Noi siamo figli ibridi di generazioni non troppo definite. Figli di chi ha sofferto e ha risparmiato la “dura fatica” ai propri figli. Siamo figli viziati, poco umili, poco riflessivi. Siamo una generazione disposta a niente, neppure alla parola. Qualcuno scrive, canta, denuncia senza voce. Ma ci sono (ne sono certa) quintali di persone in silenzio, che rimuginano sui problemi di ogni giorno: dai giornali ai giornalisti, dai politici ai politicanti, dalle differenze tra i sessi e tra le menti, dalle differenze generazionali a quelle di appartenenza. La quotidianità ci uccide, e se continuiamo a non muovere un dito è perchè sarebbero troppe le cose da dire, e troppo difficili le parole per esprimerle. Non muoviamo un dito perchè non ne abbiamo più la forza. O forse non c’hanno insegnato come si fa e non riusciamo a prendere l’iniziativa. O forse perchè non siamo arrivati al punto di non ritorno, al punto di non avere niente da perdere.

Non crediamo neppure in noi stessi.

L’unica cosa in cui credo fermamente è l’esplosione. Ci sarà un boom, ci dovrà essere, perchè tutto questo covare ci potrerà a qualcosa.

Speriamo solo di non farci troppi danni.

One Response to “L’afasia, ovvero l’altro volto della comunicazione”

  1. emilianamellone 22 January 2011 at 13:11 #

    Colpa anche nostra, che facciamo la rivoluzione sui blog!
    Solo che poi scendi in piazza, tra milioni di persone e comunque non ti ascoltano. Però ti menano volentieri.

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