la vita, una giostra infinita

10 Oct

A volte non si fa in tempo a mettere su un piede che subito ci viene il mal di mare. Altre sembra quasi che non siamo più gli stessi, che quell’ondeggiamento diventi un lento cullare. Dipende da noi? Dal tempo? Dal mese dell’anno? Dalla stanchezza? Dalla predisposizione d’animo?

Fatto sta che ogni volta, volenti o nolenti, mettiamo il piede su una giostra diversa, in una nuova avventura. A volte ci diamo anche il giusto slancio, ma ce ne pentiremo?

Le donne: questo mistero  incomprensibile. A volte non riusciamo a comprendere la nostra natura neppure noi, appartenenti alla stessa specie.

C’è una canzone di Donatella Rettore che un po’ riassume quell’eterna dicotomia esistenziale tra la spada, la frusta e quel romantico desiderio d’amore, con i fiori sul letto (o almeno disegnati sulle lenzuola). Siamo romantiche, nonostante la scorza dura e lo sguardo vitrio. Si tratta solo di saper scavare, o di averne la pazienza.

Ci sono donne, poi, che credono di essere precisamente come appaiono, e poi scoprono che non ci riescono abbastanza, o forse per una strana ironia del destino, incontrano sul proprio cammino gente abituata a scavare, e allora il problema è grande: se è tutto chiaro, tutto in evidenza, chi scava in profondità cosa potrà mai trovare? Niente? E si dà il via a una nuova giostra di fraintendimenti.

E poi ci sono quelle malate d’amore, quelle accuratamente catalogate secondo le proprie patologie dalla Norwood in “Donne che amano troppo”. Quelle talmente dipendenti dall’amore che fanno dell’uomo uno schermo tra se stesse e i loro sentimenti, non importa lo spessore e la massa dello stesso, è solo un mezzo.

E allora mi verrebbe da chiedermi, siamo davvero un enorme alveare? Quando arriverà il momento in cui l’uomo diventerà fuco al 100%? Siamo più api-regine o più mantidi religiose? O la nostra è una continua vendetta della relazione precedente e decidiamo quindi di incarnare il ruolo delle vedove nere?

Difficile saperlo. Scrutando l’universo femminile dall’interno, trovo solo un enorme tasso di disillusione, un desiderio di conquista, che si trasforma in soddisfazione personale e niente più. E il romanticismo della Rettore? Dove siamo finite? A piangere davanti a commedie americane dal lietofine scontato e banale? O a condannare tutte le egocentriche scosciate che ci sembrano abbassare il livello di credibilità di questa generazione di donne post-femministe o proto-tali che giocano d’intelletto e non di gambe?

O forse siamo rimaste intrappolate nello specchio in preda a un’anoressia sentimentale?

La verità è che non abbiamo più le spalle coperte. Che le dinamiche familiari sono cambiate, pur lasciando intatti i valori. Che siamo sempre più ontani dall’istinto animale e che oggi come oggi i genitori fanno scarica barile l’un con l’altro per portare a termine l’ingrato compito di “recidere il cordone”. E’ tutto così cruento, nessuno vuole assumersi la responsabilità di arrecare un trauma (o forse la responsabilità di lasciar andare via dal nido una creatura, la propria). La verità è che cerchiamo un senso di appartenenza che non ci appartiene, e che continuiamo a cercare la femminilità altrove, in universi inesplorati, per provare ad adeguarci ai nostri tempi, alle nostre difficoltà. Per provare a gestire quel conflitto interiore tra il dire e sembrare fragili e il non dire, e perdere qualsiasi opportunità. Per fare amicizia con i rimorsi, invece di preferire i rimpianti (e una vocina nel cervello insultante e stizzita che oltre a dire “te l’avevo detto” aggiunge anche “cretina”).

Ecco, è questo: la verità è che la nostra autocritica va sempre al di là, che vorremmo essere perfette secondo canoni da noi declamati, ma che spesso e volentieri non corrispondono con la visione dell’altro.

Facciamo branco, guardiamo stizzite frotte di giovani ragazzine disinibite, e ci sentiamo demodè, insulse, incapaci di riprodurre la spontaneità dei nostri 15 anni, e allora ci inacidiamo e cerchiamo la giustificazione alle nostre scelte: non sono mica una cretina io!

Non so se qui o più in là entra in gioco l’alcol. Non so se qui o a breve giro diventa questa la maschera per poter giustificare una frivolezza, una debolezza, un momento di giubilo urlato (le ragazze per been non urlano).

Mettete quindi a bollire cuore, cervello e istinto, aggiungete un cucchiaio pieno di perbenismo, un briciolo di vittimismo e qualche trauma precedente e il gioco è fatto: una trent’enne bella, fatta e formata, che si nasconderà dietro un paio di occhiali, un cocktail bello carico o uno sguardo duro come il marmo.

L’antidoto? Credo non l’abbiano ancora inventato. Io ho ridotto le bibite alcoliche drasticamente, per vedere l’effetto che fa, soprattutto socialmente parlando. E voi? Ci lanciamo nella mischia?

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