la maglia celeste

2 Mar

Non c’è cosa più bella che trovare messaggi subliminali e metaforici nella quotidianità.

E’ un periodo sicuramente blu. Blu d’animo per l’afflizione e lo sconforto, blu per i miei capelli, che sono diventati appunto di questo colore. Blu perchè qualsiasi cosa mi circondi vira in quella direzioni. La mia maglia preferita, ad esempio.

La mia maglia preferita è l’unico elemento bianco che invade il mio guardaroba. Non amo indossare il bianco, ma quella magia sì, ha tutte le caratteristiche per meritare il posto d’onore nel mio guardaroba. E’ stato amore a prima vista, con lei, con il prezzo, con la vestibilità e la stampa, non troppo evidente, e i bottoni, versatili, che la trasformavano in un attimo in qualcosa di diverso. E’ stata un vestito d’estate e una maglia d’inverno. E’ l’elemento sicuro nella mia valigia, il punto di riferimento, l’unica certezza.

Sembra strano, anche ridicolo e superficiale, ma una maglia può essere un asso nella manica. Quando un giorno, per sbaglio, certo non per cattiveria, incontra una tovaglia celeste di basso costo e valore, sintetica, di quelle che anche lavate in acqua fredda stingerebbero. La incontra, ci si rannicchia e finisce per diventare del suo stesso banalissimo colore: celeste.

Un sms mi ha preparato allo spettacolo indecoroso: la mia maglia bianca preferita giace da due giorni in una bacinella di acqua bollente in attesa che quel blu, celeste, turchese la abbandoni, pur sapendo che così non sarà mai.

Ho pensato miliardi di cose: alla mia superficialità, all’attaccamento morboso che ho nei confronti delle cose, di alcune cose. Ho pensato che “è sempre meglio avere la salute”, che i beni materiali sono comunque di passaggio. Ho pensato che non è giusto sentirsi male per una t-shirt, ma nonostante tutta la razionalità, senza farne un vero dramma, quella malinconia non mi ha lasciato.

Mi sono chiesta se fosse per quello che rappresentava, se era legata a qualche momento particolare, se era la rabbia per non averlo fatto io, ho pensato ancora molto, ma quel senso di malinconia non mi ha lasciato.

Alla fine ho pensato che era giusto, che se c’è qualcosa che ci fa dispiacere è giusto essere dispiaciuti, e che la mia rabbia si palesava ad ogni modo per una perdita, l’ennesima, di un punto di riferimento.

E allora ho capitoil mio periodo blu. Mi sono guardata intorno ed è questo quello che ho visto: nessun punto di riferimento. E ho capito che non c’è vita senza punti di riferimento, non c’è gioia, non c’è condivisione.

E allora ho aperto la porta di casa e sono uscita, a cercare una sostituta. In fondo i messaggi della vita non si possono ignorare, e nonostante il rapido scorrere degli eventi, non ci possiamo accontentare di un vecchio parametro sbiadito e malandato. Bisogna avere sempre un porto sicuro, ma siamo noi gli unici in grado di saperlo scegliere.

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