ingranaggi

21 May

Occhi sbarrati nel vuoto. Primo piano e, stop! Buona la prima.

Ogni mattina lo stesso risveglio. Lo stesso incubo. La stessa ansia. Ogni notte chiude gli occhi preparandosi all’ennesimo incontro e ogni mattina li riapre esattamente come la precedente: sbarrando quegli occhi di ghiaccio nel buio della stanza e immaginando tutta la troup cinematografica ai piedi del suo letto pronta per incominciare una nuova giornata.

Crede che la sua vita sia un film. Non lo crede soltanto, si vede continuamente attorniato di volti, sempre gli stessi, sempre curiosi. Si sente continuamente osservato da una macchina da presa nascosta, seguito, documentato. 

Non si dà tregua. Odia tutti, dal salumiere al benzinaio, alla ragazza che ogni mattina alla stessa ora porta a spasso il suo cane proprio sotto il suo portone, che lo costringe a ricordarsi ogni mattina che (porcaputtana) ha dimenticato gli occhiali da sole a casa, ma non li andrà a riprendere. Odia tutti i passanti che lo osservano interrogativi, li odia perchè sa bene, in realtà, che c’è qualcosa nel suo volto che li spinge a guardarlo. Li odia perchè sembra che continuamente vogliano indagare nella sua vanità, nel suo sguardo glaciale, rovistando nei suoi pensieri. Li odia come si può odiare uno specchio, con ipocrisia.

Ha fatto i suoi conti e ha deciso di dare un nome a tutto questo odio: obiettivi. Gli piace il gioco di parole, gli piace pensare che gli obiettivi non siano solo delle lenti, degli schermi, dei meccanismi di ripresa. Gli piace pensare che abbiano un obbiettivo, un fine, che siano una freccetta su un tabellone, e che il tabellone sia il suo viso. Gli piace dispensare questo odio ipocrita per schermarsi dalla possibilità che questi obiettivi entrino nella sua vita. Li evita. Evita il dialogo. Si presenta come un burbero eternamente accecato dalla luce del giorno, infastidito dagli sguardi e dalle domande che celano, eternamente proteso con le mani avanti per evitare il contatto (o il contagio).

Chissà se si è figurato, nella sua fantiasia egocentrica, che quel  complotto sia stato ideato per contagiare il genere umano e ridurre tutti gli esseri a obiettivi, riprese, pali vaganti per le strade alla ricerca di qualcosa. Chissà se gli è già chiaro il fine, se ha ragionato sui loro interessi, sulle nozioni che ricercano proprio in lui.

Stamattina, dopo la solita scena del ciak di gira, ha iniziato la sua giornata con violenza, bevuto una lunghissima tazza di caffè americano (dicono che contenga maggiore caffeina nonostante sia così blandamente diluita) assaggiato il dolce alle mele che la madre gli ha lasciato dal pranzo della domenica e ha acceso il computer. Ha avuto il tempo, oggi vuole prendersela con comodo, vuole affrontare il mondo preparato.

La sua agendina elettronica gli segnala l’elenco di cose da fare prima di uscire di casa. Una lista lunga e minuziosa dei gesti, compreso “occhiali”. Stamattina non ne vuole fare a meno. La sua casella di posta gli segnala i messaggi non letti, che si susseguono a raffica. 110 (porcaputtana). Richiude il computer, il mondo può aspettare. Riprende sovrappensiero le azioni da compiere, caldamente consigliate dal se stesso telematico, e una volta concluse tira la porta di casa con le chiavvi in mano. Il computer è rimasto sulla scrivania, glielo ricorda la ragazza col cane davanti al portone. Glielo ricorda il suo sguardo. Glielo ricorda la sua risata da scolaretto preparato che la guarda finalmente da uno schermo scuro. Una risata che si smorza immediatamente (e dentro ancora esulta un altro porcaputtana).

Stavolta però torna a casa, prende il computer, e ha modo di gustarsi tutta la scena della raccolta dei bisogni del cane. Non era mai tornato indietro, non l’aveva mai vista. Per un attimo gli sembra che lei non lo stia osservando. Si guarda intorno, in alto. Nessuna telecamera. Come è possibile? All’improvviso l’attenzione del mondo si è forse spostata su  qualcos’altro? E il suo personale film?

Si guarda intorno inebetito, e una risata richiama la sua attenzione. Lei lo sta guardando di nuovo. Ha dinuovo il ruolo da protagonista, ma la risata non lo intenerisce. Neppure lo sguardo di lei, leggermente piegato all’in su, che si sta spingendo oltre, sfociando in una domanda. Questo non è consentito. Si fa serio, prende le distanze e riprende il suo percorso.

Una cosa la sa benissimo: è un’immagine. La sua è solo una sagoma nera su fondo bianco che si muove un uno spazio bidimensionale e compie avventure poco interessanti. Quello che ha più senso nella sua persona è quello che c’è dentro: gli ingranaggi. Quelli non è proprio possibile vederli.

E’ per questo che ogni mattina inventa quel muso duro da sbattere contro il mondo e gli obiettivi, perchè non può far trasparire quel sogno, quell’incubo, sempre lo stesso. Sempre più contorto, ma sempre lo stesso.

Il tabaccaio gli posa il pacchetto di sigarette sul bancone con un retorico “il solito?” che non avrà risposta vocale, e il barista non gli chiederà nemmeno più “desidera?” leggendo lo scontrino. La collega dell’ufficio gli sorriderà soltanto, una volta entrata con lui in ascensore, e le domande, anche un semplice “come stai?” le rimanderà a dopo aver varcato la soglia dell’ufficio.

“E’ un tipo troppo strano quello!” sussurrerà la segretaria dello studio a una cliente di un suo collega. Una confidenza che si lascia sfuggire ogni mattina, ogni volta che incontra il suo sguardo sotto gli occhiali da sole. Si sente gelare il sangue e insieme la intriga quel mistero.

Lui semplicemente entrerà nel suo ufficio, comunicherà alla segretaria, come ogni mattina, che è in anticipo e non vuole rotture di palle fino alle 11, e fino alle 11 nessuno saprà niente di lui. Come ogni protagonista ha i suoi tempi. Dedica un’ora di relax ai suoi nervi e alle sue capacità recitative. Un’ora che a differenza del resto del giorno, trascorre lenta e ogni giorno in maniera diversa. A volte gli piace fissare per tutta la durata della pausa il parciapiede che si intravede dalla sua finestra. Conta la gente, le macchine, i colori, li confonde in macchie, li mischia insieme e se viene fuori qualcosa di buono la mette su tela. Altre volte fa scorrere l’anta scorrevole del suo armadietto e si fissa, per un’ora intera, le rughe del volto. E’ sempre curioso di scoprire di essere diverso. Altre volte si stende su quel divano sgangherato di pelle nera che invadeva il piccolo ufficio del padre quando le sue stesse dimensioni gli permettevano di rotolarcisi sopra. Ci si stende rannicchiandosi un po’, tirando le gambe al petto o lasciandole un po’ penzolare al di fuori. Fissa il soffitto si perde, ancora una volta, in quel sogno, quell’incubo, cercando di razionalizzarlo, escorporarlo, decomporlo in frammenti diseguali che ne interromano la riproducibilità.

C’è troppa luce, quell’incubo si spezza in piccoli flash: un sorriso, una risata, una luce, un vetro rotto, un pugnale, corpi vuoti, esausti, senza appartenenza. Chiude gli occhi, si concentra. Ma di giorno non è possibile vederlo. La sua condanna, la sua aquila che ogni notte corre a mangiargli il fegato, di giorno non ha interessi. Il fegato dev’essere rigenerato perchè la condanna si compia, e così anche il cuore. Riapre gli occhi, si rassegna, e nella rassegnazione vede i suoi occhi nei suoi. Vede una sola lunghissima scena, un solo lunghissimo sguardo, scuro, profondo, perturbante. Sente un brivido lungo la schiena e d’improvviso un caldo al cuore.

Nessun obiettivo entrerà mai in questo angolo remoto dell’universo umano. Il suo film sarà sempre quello di una sagoma nera su fondo bianco, bidimensionale, senza sfumature nè ingranaggi.

4 Responses to “ingranaggi”

  1. eri_trabiccolo 21 May 2011 at 22:37 #

    bello!

  2. fishcanfly 24 May 2011 at 18:57 #

    Bello ritrovarti, itrerefusi! In forma direi smagliante!! 😀
    Ps domani sera facciamo un reading a San Lorenzo, via dei Volsci 26. Ci sarai? 🙂

    • itrerefusi 25 May 2011 at 08:16 #

      certo che ci sarò! Sostegno e suppurti per galline, vongole, merluzzi e quant’altro!
      🙂

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