il primo giorno dell’anno

1 Jan

Le feste di Natale, il Capodanno e l’Epifania (che tutte le feste porta via), sono contornate da un alone di mistero.

Da “esiste Babbo Natale?”, a “allora sono stato buono!”, alle affermazioni drastiche in età matura del tipo “odio il Natale”, “le illuminazioni sono uno spreco inutile”, e la ben più inflazionata “le feste sono solo un’occasione in più per spendere soldi e chiudere gli occhi sui veri problemi”.

Quante di queste siano vere, e quante false, lo sappiamo tutti. Ma queste feste, forse, sono anche qualcosa in più.

Sono l’occasione per re-incontrarsi, per riposarsi, per avere il down fisico di fine anno e beccarsi tutte le malattie del mondo, l’occasione per mettere da parte un po’ di soldi in più lavorando nelle festività, ma anche di conoscere gente nuova, cose nuove, nuovi divertimenti.

Dopo l’ansia dei regali, l’ansia del capodanno. “Cosa facciamo- dove andiamo- compriamo i bligetti”. Io mi sono rifiutata!

Ho deciso di fare una cosa nuova: girare la capitale in lungo e in largo dopo la mezzanotte con “nuovi amici”, per scoprire cosa accade realmente.

Colosseo – Fori imperiali – via Nazionale – Monti –  Quirinale – Fontana di Trevi – Via del Tritone – Via del corso – Piazza Venezia e il ritorno.

Un palco per miliardi di persone prima romanticamente abbracciate durante il concerto di Claudio Baglioni, poi violentemente disinvolte nel ballare la misica del dj (Mauro Manzieri) di RDS. Un delirio di gente, di entusiasmo, di bottiglie di spumante, di venditori ambulanti di bottiglie di spumante, di petardi, di fuochi d’artificio ancora fumanti, di gente di diverse razze e colori abbracciate, di cori e balli su canzoni pop, di donne improbabili e attempate con tacchi alti e calze color carne. Un delirio anche di calze color carne (erano anni che non ne vedevo così tante), e di stranieri divertiti. Un’euforia che contemplavo con gli occhi incuriositi e estranei. Non avrei mai ballato quella musica, ma forse solo perchè ero troppo sobria. Ma era bello sentire addosso quell’entusiasmo di persone (tantissime) tutte lì solo per divertirsi, entusiasmarsi, per qualsiasi cosa. Questo significa festeggiare. Questo significa festeggiare insieme.

Al ritorno la festa era finita, le vie del centro erano tutte un esodo. Un edoso di camioncini dell’Ama che spazzavano via bottiglie di spumante, di camioncini Sebac che portavano via bagni pubblici (e ragazzi stranieri che saltavano al volo per prendere un passaggio), di polizia fumante e disinvolta, di ragazzi ubriachi addormentati sui marciapiedi, di tacchi rotti, di gambe, sempre tante, di andature lente e sbiascicate, di gente di qualsiasi età che si disperdeva nelle direzioni più disparate. Tante piccole gocce umane che formavano fiumi in tutte le direzioni, forse affluenti del Tevere, forse fiumi di vapore. Tutto alla fine era diventato inconsistente. Solo i residui non biodegradabli delle persone erano rimasti: vetri, bottiglie, sciarpe e cappelli, decorazioni, addobbi-per-umani.

E poi “the day after”: una sveglia che non deve suonare almeno oggi, il mal di testa (retaggio dell’umidità) e tanti auguri depositati nel cellulare e sulla casella e-mail (archiviati subito nel cuore), mentre il primo di gennaio di quest’anno intorno a me (nel salotto di casa) due piccole formichine vogliono rispettare la tradizione: buttare il vecchio e fare spazio al nuovo. E io continuo a salutare il 2010, perchè a questo 2011 ci tengo troppo. Ha dentro tutte le mie speranze, e spero anche le nuove esperienze. E nell’attesa mi godo i vecchi Caribou (andorra), perchè quelli del 2010 non li voglio sentire!

Siamo scesi tutti dal letto col piede destro?

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