il nostro tempo

28 Oct

Lourdes Gonzalez Herrero, scrittrice cubana pluripremiata e direttrice della casa editrice territoriale della prvincia di Holguin, è stata in Italia per una decina di giorni, per la prima volta, in occasione della presentazione euscita dell’ultimo lavoro (anche se altri due sono già in canitere) tradotto in Italia dalla casa editrice Iacobelli Edizioni, dal titolo: “Carte da un naufragio”.

Ho avuto la fortuna di accompagnare l’autrice in parte del suoi tour, e di farle in alcune occasioni da interprete (in altre da manager e dama di compagnia) il tutto con immenso piacere.

Le presentazioni del libro, supportate dal traduttore Franco Costanzi, piuttosto che dalla traduttrice del primo libro tradotto e pubblicato in Italia (“Maria Toda”) Alessandra Riccio, oltre a quella insieme alla gentilissima esperta in storia e politica cubana Serena Bartolucci (ASI Cuba Umbria), sono state tutte diverse e tutte emozionanti. Parlare di Cuba significa parlare di politica, di temi scottanti, di diversità, di poesia, di esotismo.

Ma significa (e questo l’aveva ben chiaro in mente l’autrice) avvicinare due mondi: spiegare agli “occidentali”, agli “Europei conquistatori e detentori delle norme di cooperazione sociale” che il mondo può girare anche nel senso opposto, che le cose possono essere diverse, e che a volte è quella differenza a rendere l’uomo libero.

Non voglio entrare nel merito politico della questione, non voglio toccare problematiche come la povertà, il comunismo, l’embargo e Fidel (che sembrano essere tutti sinonimi di Cuba, dall’accezione negativa). Voglio solo regalarvi una riflessione:

Una pietra, un’altra pietra

Ci era sembrato semplice cominciare a fare a meno di cose e mangiare. Ed era semplice. Uscivano vestiti dagli armadi, se ne andavano posate e tovaglie, si portavano via questo o quel mobile, figure familiari, ritratti per le loro cornici, quadri di pittori amici, i cavalli andavano via dalla mia stanza, andavano a riposare in altre praterie conosciute.

In un modo così facile è cominciato questo gioco di decostruire la casa, una pietra dopo l’altra, e mangiare. Quando sono finite le cose mi sono venduta qualche volta, ma non è stato sufficiente, e abbiamo venduto la porta; allora ci siamo guardati in faccia, abbiamo deciso di sospendere il gioco, di vivere di quello che restava della casa e di giocare a un altro gioco più terribile: abbiamo deciso di vendere tutto il nostro tempo, e mangiare.

http://www.iacobellisrl.it/edizioni/cartedaunnaufragio.html_______

Mi chiedo solo, e me lo continuerò a chiedere senza trovare una risposta, quando la nostra società ha deciso che “il tempo” non fosse un bene privato, ma un bene comune.

Quando la nostra società ha deciso che “il tempo”, il nostro tempo vitale, la nostra crescita, quella delle nostre famiglie, dei nostri figli, delle nostre passioni, delle nostre sofferenze, in definitiva della nostra vita andassero “sacrificati”, donati, venduti al lavoro, alla società stessa, al servizio di altri, per mangiare.

Ditemi se questa non è prostituzione.

2 Responses to “il nostro tempo”

  1. unaltradonna 2 November 2010 at 08:35 #

    Molto interessante. Ma si acquista solo online?

    • serenaferraiolo 2 November 2010 at 22:47 #

      no, in tutte le feltrinelli, è in distribuzione nazionale!

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