generazioni

22 Feb

Ci sono giorni in cui ti svegli con un mal di testa cane, e ti chiedi perché è così difficile andare dal letto alla cucina, e resti nel letto.
Ci sono giorni in cui ti svegli, e senti di poter andare lontano, ma poi a un certo punto qualcosa d’inaspettato ti piomba addosso, ed è un macigno.
Ci sono giorni poi in cui, senza pensarci due volte, ti tieni il mal di testa, ma ti alzi dal letto, perché non puoi permetterti di restarci, e sorridi, o ci provi, e provi a costruire con le tue mani qualcosa di carino. Non bello, non pretenzioso, solo carino, piacevole.
Se poi per puro caso inciampi nella rabbia altrui, si crea un effetto domino, che chiamare maciglio è usare un eufemismo.
È brutto sentirsi riversare rabbia addosso, è brutto dover interrompere le comunicazioni e sentirsi strozzare in gola le parole. È brutto scoprire che c’è una parte di mondo (io continuo a ignorarla, ma c’è) che resta ottusa, chiusa in un vortice di negatività senza via di scampo, che sa mettersi in cattedra senza riuscire a guardare il pubblico. Senza riuscire a pensare che il pubblico, non dico tutto, ma anche solo una persona, saprebbe rispondere alle sue domande, saprebbe insegnare cose grandiose che una mente ottusa non saprebbe neanche immaginare.
Si chiama umiltà, quella parola che da sempre mi accompagna, quella parola che mi fa sentire piccola quando un bambino riesce a esprimere concetti complicatissimi in poche semplici parole, che mi fa sentire sporca quando un barbone a natale si ferma a parlare con me per spiegarmi che la sua è vita, non meno della mia. È la stessa che mi ricordo di portare con me ogni volta che incontro una persona nuova, che mi permette di adorare persone che hanno avuto il coraggio di compiere passi diversi dai miei, per ragioni più valide di quelle che mi mantengono sulla mia strada.
Sono soddisfatta della mia vita, sono contenta delle persone che ho scelto, poi è ovvio, ci sono anche quelle che non ho scelto, o che non hanno scelto me. Quelle credo che in un modo o nell’altro dobbiamo tenercele per quelle che sono, cercare il buono se c’è, e guardare solo quello quando le stringiamo al cuore. E poi ci sono quelle che non lo vogliono fare, e non le biasimo per questo. Le scelte sono atti difficili, che vanno compiuti. Sono gesti, piccoli o grandi. Il paradosso sta nel compimento: gesti di poco conto possono scatenare tzunami visti da altre angolazioni.
È brutto scoprire un po’ per volta, ma con costanza ogni giorno, che c’è sempre meno umiltà, c’è sempre meno rispetto, c’è sempre meno propensione all’ascolto e alla comunicazione. È per questo che mi tengo stretta al mio capello bianco: per ricordarmi che io sono di un’altra generazione, che mi piace pensarla come quelli più grandi di me, che ho scelto la parte della barricata che mi appartiene e a cui voglio appartenere.

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