essere in fiera, o della contorsione mentale

19 May

Voglio camminare tra la gente sentendomi nessuno.

Sono in fiera. Sono molte le cose che accadono quando ti trovi nello stesso posto per sette giorni (almeno) con le stesse persone. Sono molti gli scambi di pensieri emozionanti, ma anche quelli banali, o banalmente simpatici, che ti strappano un sorriso. Sono moltissimi gli spunti di riflessione che emergono da un gesto, una parola, un ricordo. La fiera può diventare un pensatoio, un meeting point con il mondo, un piccolo paese ideale, fatto di persone che hanno in comune molto di più di quanto si possa immaginare.

Si svegliano i pensieri e si svegliano i corpi. E’ questo quello che penso mentre attraverso a grandi falcate la navata centrale del padiglione, il mio padiglione, il mio microcosmo. Penso a questo e mentre l’aria condizionata afferra la mia scollatura, contribuendo a soffocare ulteriormente le mie corde vocali, mi sento esattamente come quando, anni fa, attraversavo i vicoli dei quartieri napoletani con gli abiti della sera prima: inadeguata? No, unica.

Sapevo allora di non avere l’aspetto migliore, e lo so adesso. Non è questa certezza a modificare le mie sensazioni.

Incrocio un collega, un espositore. Poi un altro, poi altri. Sono tantissimi, quasi più dei visitatori (i dati istat mi potrebbero venire incontro). Li riconosco dal cartellino, che io non indosso.

Un altro spunto: non voglio essere nessuno. Non mi piacciono le scatole, i compartimenti stagni. Non mi piace farne parte. E’ la parola “unica” che mi affascina.

Unica non è nè bella nè brutta; nè simpatica nè antipatica; nè intelligente nè stupida. “Unica” è fuori ogni categoria, nel bene e nel male.

E’ proprio questa sensazione che mi piace, mi esalta: non appartenere, non schierarmi se non per cause che faccio mie. Mi piace confondermi nella folla, non per la confusione, ma per la folla. Quella che non dà scampo a nessuno, che rende tutti uguali, tutti unici. E mentre penso e coccolo una nuova certezza, riponendola nella sua apposita scatola mai colma, insieme a tutte le altre (chissà come si recuperano le certezze “fossili”, quelle sedimentate dal primo giorno di riflessione). Non mi rendo conto che sto sorridento, da sola, e che ho inclinato la testa verso destra. Tempo fa qualcuno mi disse che inclinare la testa verso destra è sintomo di piacevolezza, passione, impegno nel desiderare qualcosa, di tenerezza. E con questa scusa mi baciò, inclinando la testa verso destra. Non ci ho mai creduto, ma a volte non importa credere in qualcosa per renderla piacevole.

Essere in fiera, ad esempio, ha la stessa piacevolezzadi un piatto agrodolce: c’è tanto dolore fisico, stanchezza, ma anche tanto benessere, tanta dolcezza. E’ l’archetipo del compromesso, e ti lascia quella nostalgia insita nell’abbandono, nelle fini.

“Amo le fiere, mi fanno sentire viva”. Lo confessai a un uomo prima di portarlo a letto, o prima che mi ci portasse lui (le prospettive a volte diventano marginali rispetto al fine).

Mi chiedo ancora cosa avrà pensato di me dopo quella frase. Mi chiedo sempre se le mie involontarie frasi ad effetto (quelle che lasciano qualcosa nell’altro) si identifichino con me. Mi chiedo sempre, in realtà, cosa gli altri pensino di me, solo per poter usare una personalità diversa che li spiazzi. Anche se a volte sono più belle le rivisitazioni delle frasi ad effetto, quelle che ti vengono in mente un attimo dopo e che quindi riutilizzi nei racconti agli amici. Bugie? Finzione? Non credo. E’ solo un’altra realtà, futuribile. Una realtà interiore, sicuramente più rispondente a livello emozionale. In fondo ognuno di noi è l’editor di se stesso: tra tagli di dialoghi, rimozioni e riscritture di avenimenti, il bello delle cose arriva sempre dopo averlo metabolizzato.

Niente è così irreale da diventare immutabile. Neanche camminare tra la gente per sentirsi nessuno.

6 Responses to “essere in fiera, o della contorsione mentale”

  1. Olga ColdField 19 May 2011 at 18:57 #

    Quello che vogliamo è solo essere cercate a lungo, per tutti i padiglioni della fiera, dal collezionista che ambisce ad una collezione da un unico pezzo inestimabile. Quello che facciamo è girare per quegli stessi padiglioni con un portatile che spara gli ottottotrè a palla, nella speranza di essere trovate più facilmente, ma neanche troppo. Vagheggiando di essere noi, quel pezzo. Che magari poi non è vero, ma vuoi mettere quanto potrebbe intonarsi l’aria compiaciuta a quel vestito a fiori?

    • itrerefusi 19 May 2011 at 21:10 #

      anche se alla fine credo ci si addica di più il ruolo di scanner. Essere troppo visibili, troppo udibili, diventa anche un po’ nascondersi. Darci delle arie, poi, sarebbe quasi come sentirci un po’ spifferi

  2. sono io 20 May 2011 at 05:16 #

    finalmente riesci a scrivere, mi mancavano i tuoi pensieri.
    E confermo che sei “unica”
    Sono io

  3. Claudia 13 June 2011 at 09:30 #

    è vero, le fiere creano un mondo nel mondo, una realtà virtuale, un non spazio che però si pensa come uno spazio! sono vetrina sia per chi espone che per chi visita, operano una sospensione del tempo quotidiano che può essere un po’ equiparata alla “festa” nella tradizione, al tempo della cerimonia. però certo, usarle come frase ad effetto….. non l’avrei mai pensato! Ne deduco che Sei Unica!

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