dialoghi, complicati

31 Oct

– Ciao, ti disturbo (disse lei spostandosi i capelli dagli occhi, aveva guardato a lungo il telefono come una margherita “chiamo, non chiamo, chiamo, non chiamo… chiamo)

– Ciao, no no. Ero a casa, leggevo un libro. Lo sapevi che i corni dei rinoceronti non sono di osso, ma di cheratina, proprio come i nostri capelli. Leggevo Ionesco (disse lui abbassando il volume della Tv. I documentari erano stati una grande passione da piccolo, molto piccolo. I suoi genitori lo piazzavano ore davanti alla Tv e un giorno, per caso, scoprì la savana. Non aveva mai smesso di appassionarsi al mondo animale: una continua sorpresa questi enormi esseri selvaggi che vivevano dall’altro lato del pianeta, o nella sua stessa città, divisi per gabbie. Ci aveva messo un po’, da piccolo, a identificarne la grandezza, e a distinguere tra un giaguaro e un leopardo. Ma questa è un’altra storia).

– Ma pensa te! No, non lo sapevo. Non amo la letteratura francese, preferisco di gran lunga quella spagnola. Sai, mi sembra più autentica (il suo sguardo fissava il vuoto mentre metteva insieme parole piuttosto casuali. Non aveva mai amato Ionesco ma non era quella la sua preoccupazione. L’unico obiettivo era quello di non rimanere senza parole, pur non sapendo assolutamente perchè, alla fine, avesse schiacciato il tasto verde: chiama). Anche io stavo iniziando a leggere un libro, ma poi ho pensato che di venere e di marte… e allora mi sa che scendo a fare due passi, credevo fossi in giro, potevamo farci una birretta.

– Ma non sei intollerante al luppolo?

– Beh, sì, era per dire una cosa qualsiasi. Non ti si può nascondere proprio niente eh?

– Beh, no, non mi si può nascondere proprio niente (rispose lui, con tono lusingato. Uno a zero, pensò, e spense la Tv. Uno scatto verso la finestra per vedere il tempo che fa. Non piove. Avrebbe potuto prendere il motorino). Non so, fa freddo fuori? Non so se ho voglia di prendere il motorino, potresti venire da me, potremmo bere qui una cosa e fare due chiacchiere.

– Da te? siamo già stati ieri da te, potresti provare ogni tanto a fare uno sforzo. Potrei prendere la macchina e passarti a prendere, se proprio hai freddo. Pensavo, hanno aperto da poco un locale al pigneto, carino, potremmo testarlo. (Disse iniziando a tamburellare con i polpastrelli. Non ne poteva più della sua inedia. Erano mesi che continuavano a vedersi, per pigrizia, a casa sua. Mai una volta che volesse mettere il naso fuori casa, mai una volta un’iniziativa. Mai una volta una proposta. Più ci pensava più tamburellava. Più tamburellava e più si chiedeva perchè, ogni giorno, finiva allo stesso modo: tasto verde – chiama) Ti va?

– Ah, sì, me ne hanno parlato. Beh, se vuoi possiamo uscire, ma poi sempre qui finiamo. Magari prendi la macchina per venire qui, no? (Al pigneto, quella sera, ci sarebbe stata anche lei, o meglio, l’altra. In mesi e mesi di frequentazioni era riuscito anche a farsi l’amante. O meglio, l’amante dell’amante. Così, per caso, forse l’unica sera che era uscito di casa con amici. Forse l’unica sera in cui era uscito di casa e basta. Si chiamava Dana, un nome un po’ buffo per la sua fisionomia: bassina, capelli lunghi scuri, occhi di un azzurro sconvolgente e labbra carnose. Gli era caduta letteralmente tra le braccia, strappata via dalla sua postazione in un momento di pogo generale al concerto dei… non ricordava neanche il nome. Non sapeva nemmeno lui come ci fosse finito, considerato il suo scarsissimo amore per la musica. Lui era tipo da documentari, cinema, e calcetto il giovedì. Niente di più, niente di meno. Non che fosse uno poco interessante. Proprio non gli andava, nè di prendere decisioni nè di prendere iniziative. Dana l’aveva fatto per lui, senza aspettare. Si erano guardati un attimo e l’aveva baciato. Da quel giorno gli telefonava una volta a settimana, il mercoledì solitamente, quando passava per Roma per un corso che aveva il giovedì mattina. Lo chiamava, senza troppi fronzoli, per restare a dormire da lui. E a lui, questa cosa, non dava fastidio neanche un po’.  Questa settimana, caso eccezionale, Dana l’aveva chiamato per avvisarlo: “non dormo da te stanotte, sono a casa di amici per una cena, facciamo tardi, non mi va di rovinarti la serata, mi farò un giro al pigneto e poi a nanna. Ti chiamo domani? Mi hanno spostato il corso a venerdì”. E lui aveva acconsentito, come se decidere, nella vita, non spettasse a lui).

– Cavolo però Francè, una volta tanto che di mercoledì sei libero potremmo provare a farci un giro, è una bella serata, non fa nemmeno tanto freddo. Conservati questa scusa per un’altra volta, no? (“è nauseante quest’abulia” pensava lei. Lo pensava sempre, anche ad alta voce. Pensava sempre che non ne valeva la pena, che l’avrebbe dovuto lasciare, che alla fine dei conti da soli si sta meglio se stare insieme significa questo. Aveva pensato per un periodo che lui la tradisse. Poi si era ricreduta “tutta quest’iniziativa Francesco non l’avrebbe mai. Non esce di casa nemmeno se gli finisce il latte, figuriamoci se si deve impegnare nella ricerca di un’amante”. Continuava a lamentarsi di lui ma non lo lasciava. Il pensiero di “appartenere” la faceva sentire completamente piena di sè, di orgoglio. Si sentiva amata, anche se non aveva ben chiaro da chi nè da cosa. Si sentiva completa, anche se continuava al sua vita completamente da sola. Si sentiva un po’ più autorizzata a indossare una minigonna senza doverla utilizzare per andare a caccia il sabato sera in discoteca. Si sentiva giustificata nel fermarsi a chiacchierare con uno sconosciuto. Alla terza frase tirava fuori un bel “… sì, interessante, anche il mio FIDANZATO me l’aveva accennato…” e sfoderava un sorriso tra il complice e il dispiaciuto. Poi però tornava a casa e sapeva che la sua energia si sarebbe dovuta moltiplicare per due).

– Hai ragione, va bene, prendo il motorino e ti passo a prendere? O vieni a piedi fin qui, sono solo due isolati. Magari sali su  mentre mi cambio… (“così vediamo se la convinco a restare” e fissando il vuoto architettava scuse. Non aveva nessun valido motivo quella sera per non uscire di casa. Il mal di schiena l’aveva tirato fuori per bel tre settimane consecutive, e anche il mal di testa. Questa, che era una scusa prettamente femminile, evitava accuratamente di usarla. Non lo rendeva affatto interessante secondo lui. Era un’arte inventare scuse, non poteva certo abbassarsi a quel livello).

– Certo, vengo da te, salgo a casa e magari nel mentre ti fai trovare con una gamba ingessata eh? Cosa t’inventeresti pur di non mettere il naso fuori casa. Basta, non t’inventare niente, facciamo così: vado a prendere una bottiglia di rosso e ce la beviamo da te, finiamo di guardare il documentario suoi rinoceronti – non venirmi a dire che non lo stavi facendo –  e poi finiamo la serata come ogni sera, eh? Va bene così? (“e ora vediamo se continua a imbrogliare”. La cosa che la rendeva furiosa era questa sua malattia: inventare scuse assurde eppur verosimili. Non lo sopportava. Si riteneva una persona così trasparente che proprio non riusciva a digerire questa sua mancanza di rispetto che lui, al contrario, definiva “creatività”).

– Nora, non t’innervosire. Non stavo guardando il documentario, e poi lo sai, non mi piace uscire, non alle dieci d sera almeno, per cui, se ti va, prendi una bottiglia e vieni da me. L’importante non è stare insieme?

(Questa non credo abbia bisogno di sottotitoli)

(to be continued)

3 Responses to “dialoghi, complicati”

  1. Urban Reporter 9 November 2011 at 10:11 #

    Seguire il tuo blog è diventato un piacere a cui non ho intenzione di rinunciare. Bravissima, ti stimo per la tua prosa e la tua mente. Continua così.

    U. R. (http://theurbanreporterblog.blogspot.com)

    • itrerefusi 9 November 2011 at 10:43 #

      ti ringrazio di cuore… noto che i dialoghi tra pazzi sono anche una tua passione 🙂

      • Urban Reporter 14 November 2011 at 15:45 #

        Fa piacere vedere che non è un problema solo mio!!! 🙂 Di nuovo, continua così, sei meraviglia

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