concrete jungle where dreams are made of

13 Sep

S’incontrarono per puro caso, si scambiarono dei sorrisi e non si rividero mai più.

Potrebbe essere la storia di mille persone  al giorno. Ma se una volta sola una di queste coppie si rincontrasse? Se si rivedessero quotidianamente? Se ci fossero dei momenti fissi della giornata in cui si riuscissero a scambiare informazioni in modo stentato e falso, per l’imbarazzo? Se non ci fosse tra loro che una marea di sguardi all’infinito, a sprecare la fortuna di essere unici. Unici in una folla crescente, a essersi rincontrati?

A volte le città come questa mi fanno pensare alla solitudine. Non  ho mai sentito così chiara nello stomaco la sensazione di solitudine come in questo posto. Qui, nel luogo in cui tutto diventa realtà, in cui ognuno realizza il proprio sogno, in cui le braccia aperte di una bandiera sventolante stelle e strisce ti stringono chiedendo “where u from?” e “how do you do?”, la gente emana solitudine all’infinito.

Mi sembra che ognuno sia impegnato nella sua battaglia personale, con più o meno sorrisi e sguardi da elargire, e sempre dritti sull’obiettivo, dosando i momenti di socializzazione e utilizzandoli come pallativo per le attese interminabili di una metro, o nei suoi viaggi.

New York è bella, è il paese dei balocchi, è estratto di consumismo. Chi non comprerebbe delle scarpe all’ultima moda a soli 8$, dopo aver fatto i salti mortali per pagarne 5 per un pranzo? Chi, già che si trova, non andrebbe a vedere  uno spettacolo a Brodway o non salirebbe sull’Empire State Building. Chi non andrebbe a vedere il World Trade Center?

Nessuno, neppure io sarei così sciocca. Ci sono emozioni forti come quella di passeggiare sul ponte di Brooklyn e sentirti una virgola dell’universo, con l’Hudson che ti scorre sotto i piedi come un oceano sconfinato. C’è la Statua della Libertà che da lontano un po’ ti da le spalle e un po’ si sente come te: una virgola nell’universo. C’è l’emozione di sentirsi indiscriminata, uguale agli altri, perché anche per te c’è una giusta offerta (su questo effettivamente devono aver lavorato molto). C’è l’emozione di poter uscire di casa come ti pare, ma non come usciresti di casa in una città trasandata e noncurante. No, ti metteresti le cose più assurde per vedere proprio se nessuno si gira a guardarti, e aspetti un complimento, che arriva, e il giorno dopo puoi osare di più. C’è la bellezza di uno skyline che ti spiega come da qualche parte (e forse ci sei dentro) sia nata l’idea che c’era prima l’uomo, della gallina e dell’uovo. C’era l’uomo contro la natura e la spontaneità, e qui quest’uomo ha dovuto dimostrarlo al cielo, facendogli il solletico (e speriamo che la natura si tenga quest’affronto ancora per un po’!). C’è la bellezza di ritrovarti in un film a ogni angolo, e il recondito e ardente desideri odi tornare nella tua casetta, alla tua vita, accendere la Tv e dire “oh, qui è…”, e sentire di aver studiato bene la lezione.

E c’è il marketing, l’abilità di comunicarti come buono e giusto anche quello che in realtà non lo sarebbe. C’è l’amore per le mode, e la nuova moda è l’ecosostenibile. C’è che puoi trovare i gruppi che ami e scoprire che in realtà le tue osservazioni a riguardo, insieme al tuo entusiasmo, sono fuori luogo, eccessive. Ci sono gli scoiattoli, c’è Central Park, c’è tutto quello verso il quale puntiamo il dito quando vogliamo dire “lo voglio” (mariti esclusi).

E poi ci sono i concerti. A me quelli aprono proprio il cuore. Ovunque siano, chiunque stia suonando, mi fanno sentire nel posto giusto. Questa città è nata per ballare, per muoversi a tempo, per regalarti sorprese quando nella metro gli artisti di strada suonano Florence + the Machine e in un bar di Broolkyn la colonna sonora è Madonna di like a virgin e la isla bonita. Quando entri in un posto e tre ragazzetti sul palco, anche un po’ bistrattati, ti fanno degli assoli che interrompono la conversazione. O quando entri e il rock duro te  lo canta uno vestito da Mirko dei Behive. O amici o presunti tali dimostrano il loro talento in modo imbarazzante.

E c’è un’affabilità adorabile, una spontaneità, una disinvoltura, che ti fa chiedere continuamente perché tutta questa solitudine. Perchè poi ognuno saluta e se ne torna a casa. Perché la gente non si possa più incontrare.

 

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