compagni di viaggio

30 Oct

Ho finito il libro, finalmente. Me lo portavo avanti da mesi, mi ha creato dipendenza per un po’, mi accompagnava nelle notti insonni di questi mesi e mi faceva sorridere prima di chiudere gli occhi. Purtroppo però i miei sogni continuavano ad essere inquietanti.

Ho finito il libro, il secondo di una trilogia. Non credevo fosse così difficile lasciarlo andare. Non lo credevo, stupidamente, perchè è sempre difficile lasciar andare le cose belle.

Continuavo a centellinare le sue ultime pagine, al contrario dell’avidità con cui avevo divorato le precedenti 400. Continuavo a chiedermi perchè, a portarlo sempre in borsa per portarmi avanti nei ritagli di tempo. Niente da fare, non lo aprivo mai. Mi continuavo a ripetere che bisogna dare dignità alle cose, che non si può relegare a un ritaglio di tempo, a un passaggio un autobus, a un’attesa in macchina, un compagno di viaggio così fedele.

L’avevo comprato a Madrid, all’aeroporto, durante uno scalo di 9 ore: netta linea di demarcazione tra quello che ero e quello che sono.

Nove lunghissime ore in cui provavo a sentirmi comoda, a metabolizzare, a digerire il cambiamento. Nove lunghissime ore in cui iniziavo a capire che qualcosa era cambiato, che qualcosa si era svegliato, che forse la miopia mi stava lasciando, che avrei iniziato a guardare tutto in modo diverso. Tutto tranne quel libro. Quel libro era il legame, e non volevo lasciarlo andare.

L’avevo scelto accuratamente tra la quantità di volumi sugli scaffali che mi dicevano “prendi me!”, che mi guardavano languidamente come cuccioli in gabbia in un negozio di animali. Avevo scelto lui per la copertina, innanzitutto: colorata e semilucida. E per lo spessore: 500 pagine, il giusto tempo, il giusto passaggio.

Mi sono chiesta, tutti i giorni, tutte le volte che lo accantonavo ai piedi del letto: “perchè tutto quest’interesse? Perchè questa passione per una saga familiare con svolta noir? Perchè un libro così grande, così spesso? Ho sempre amato i racconti brevi io”. Me lo sono chiesta ogni volta che facevo tardi agli appuntamenti perchè l’avevo riaperto, o quando finivo per chiudere gli occhi alle due di notte. “mi piace, può essere una spiegazione”, era la mia risposta. “Avrò bisogno di frivolezza” ne era un’altra. Mentivo, non mi hanno mai convinto queste scuse, ma sai, a volte, provi ad essere accondiscendente con te stessa, fosse solo per affetto e per gli anni trascorsi insieme!

Poi un giorno, in un passaggio in tv o forse per strada, o forse nella conversazione del tavolino accanto del bar, qualcuno ha detto “ci vuole coraggio per amare”. Mi è piaciuta questa frase, “non è affatto una banalità” mi sono detta. Ci vuole coraggio, ci vuole forza di volontà, ci vogliono delle certezze. Ci vuole coraggio, come in ogni scelta.

Mi sono chiesta quando ho amato davvero, o anche quando ho realmente scelto, nella vita. Ci sto ancora pensando.

Ci vuole coraggio, mi sono detta, anche per amare se stessi, per accettare, per superare, per lasciar andare.

Sarà stato questo, sarà stata la buca clamorosa della mia amica, sarà stata la pioggia, ma quella sera ho finito il libro, e l’ho lasciato andare.

Quando l’ho chiuso, sempre con la stessa malinconia nel cuore, l’ho guardato come un oggetto lontano, come qualcosa che non mi apparteneva più. Per un attimo mi sono chiesta cosa ha realmente rappresentato per me, perchè in quel momento non riuscivo proprio a capirne lo spessore morale, culturale, letterario. Non riuscivo a capire il perchè di quella dipendenza. Forse è stato il libro giusto al momento giusto. Forse no. Forse ero io che lo volevo. Non lo so.

Mi sono alzata dal letto e l’ho posato sullo scaffale. Non di piatto, come faccio con i libri ancora a metà. Di profilo, insieme a quelli già letti. Insieme a quelli che nella prossima discesa a casa finiranno in uno scatolone, e saranno archiviati, dimenticati, chissà.

Ai piedi del letto c’era già il secondo libro, quello in coda di lettura. Di solito faccio così per non sentire il distacco, ne inizio subito un altro, diverso. Cambiare prospettiva, ambientazione, protagonisti, stile di scrittura, mi aiuta un po’ a dimenticare, ad allontanare la malinconia. Io, la regina del chiodo-scaccia-chiodo.

E’ per questo che non leggo poesie, non ti lasciano mai quella sensazione addosso di chiusura, di fine. Le poesie non mettono un punto.

E’ per questo che amo le raccolte di racconti brevi. Ti aiutano a collezionare emozioni, tutte diverse, e in breve tempo ti costringono al passaggio da un’emozione all’altra. Ti allenano alla vita.

E’ per questo che quella sera non ho avuto la forza di aprirne un altro. Non volevo lasciar andare quella malinconia. Non volevo tradire quel compagno di viaggio così fedele. Non volevo, per una volta, far finta di niente. Volevo dare dignità.

Ci vuole coraggio per amare, davvero tanto, e perfino se stessi.

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