come primitivi, allo specchio

25 Oct

Qualcuno mi ha detto che per sopravvivere a questa fine del mondo, a questa implosione tecnologica, a questa ribellione della natura, bisogna tornare a essere primitivi. Forse non era proprio così il discorso, forse era qualcosa tipo “sopravviveranno solo i primitivi”, ma ne esistono ancora? Voglio dire, ce ne sono ancora di primitivi reali? E se uno volesse imparare ad esserlo? Vivere come un aborigeno nel 2012 sarebbe possibile? Siamo così diversi dagli animali?

Qualcuno ha detto questa cosa, ho l’ho sentita alla televizione, o era quell’articolo sull’a-mortalità su L’Espresso di due settimane fa. La morte, esiste davvero o è un invenzione della Lavazza? Come cresceranno i bambini del 2012? Con cosa giocheranno di tangibile? Sarà tutto esclusivamente virtuale?

Che noia questo mondo, così artefatto.

 

Non credi che qualcosa però si possa salvare? Forse qualche traccia di primitivismo esiste ancora, nonostante la virtualità quotidiana ci si divori rapidamente: il contatto. La vita reale, gli incontri face to face, gli scontri se  necessario, sono dei rari momenti di autenticità.

 

Gli incontri dici? Mi capita sempre più spesso di rendermi conto di quanto le cose siano cambiate, di come da un lato siano più semplici gli approcci istintivi e selvaggi, e di quanto invece sia più difficile lasciarsi andare ad una conversazione. Mi capita sempre più spesso di scoprire l’imbarazzo nei volti (e di sentirlo sul mio). Mi capita molto più spesso di scoprire che gli interlocutori non incrociano i propri sguardi, cercano uno schermo (un pc?). Mi capita molto più spesso di sentir tremare una voce. Molto più spesso rispetto a prima, quando superare l’imbarazzo era d’obbligo. Quando, tutt’al più, si poteva palesare la prima volta, per poi farci il callo. Quando si parlava, molto di più, senza nascondersi dietro un’identità più figa che non ci appartiene.

 

Ma non lo vedi allora come si annusano? Lo vedi come studiano l’un l’altro le mosse tattiche? Lo vedi come punta la preda, le prepara trappole a perdita d’occhio e attende, cauto che cada nella rete? Proprio non riesci a vedere che dietro quel gelo d’indifferenza si nasconde  uno sguardo attento ad ogni mossa? Non li vedi i passi felini? Non li senti i brividi sottopelle, lo sguardo arrendevole, sognante? Non lo vedi come la preda inciampa nella trappola e cade, pesante, nella rete? 

Proprio non riesci a cogliere la natura selvaggia dell’uomo? Ci sono momenti in cui gli schermi cadono, le tecnologie si dileguano e restano poche, pochissime armi. Non serve neanche la parola. Solo sguardi, mosse, e non è come una partita a scacchi. Gli scacci hanno bisogno di ragionamento, tempo, attese, pause. No, gli incontri sono viscerali, naturali, selvaggi. Siamo animali allo stato primordiale: siamo solo istinto.

Poi sopraggiunge il cuore, e dopo ancora la ragione. Allora arrivano le pause e si torna ognuno nel proprio gessato, seduti a tavolino, a controllare che l’alfiere non mangi la torre.

C’è qualcosa di primitivo, di bestiale in noi, quello non ci abbandona. E ognuno si sente un animale diverso, dalla pecora ammansita al leone, dominatore, all’istintivo toro. Ci sono pantere e serpenti, scorpioni, orsi e tigri. Ci sono cani, fedeli e placidi, e gazzelle, che corrono veloci verso vie di fuga. Forse significa questo essere primitivi. Forse significa lasciare spazio al nostro lato animale, al nostro lato originario. Lasciar eil giusto spazio, e non dimenticare da dove veniamo.

 

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