Cattive digestioni

29 Jan

“Perdonami, ultimamente ho una cattiva digestione sentimentale” , gli disse con una naturalezza disarmante, come se stesse parlando di qualcosa di così fisiologico. Gli disse, come risposta alla sua domanda “non vorrei essere invadente, ma perché non mi hai più chiamato?”. Gli disse, con la sua solita espressione, quella di chi ti risponde solo per il gusto di sentirsi superiore, vanitosa nei confronti della propria intelligenza. Non lo era realmente fino infondo. Era più l’apparenza, l’atteggiamento, come in ogni sua cosa.
Era quella solidità apparente che tutti interpretavano come una corazza costruita addosso dal tempo, dalle esperienze, anche se infondo quella non era una corazza di esperienze, era una crosta enorme sulle sue ferite.
Lui rimase interdetto, ma chiaramente non osò contraddirla. Tante volte vale più l’atteggiamento, la convinzione, che il contenuto stesso delle frasi. Tante volte i gesti valgono doppio. Lui rimase interdetto e non proferì parola. Mentre lei gli dava ancora le spalle, accennò addirittura una smorfia perplessa, di quelle che si fanno per comunicare con se stessi e nessun altro, o forse con la telecamera che immaginiamo avere puntata addosso durante ogni dialogo di coppia.
Lui rimase muto in attesa di una spiegazione, una frase in più. «Per i problemi di digestione sentimentale – pensava – non basterà un maloox». E ancora «Forse il vino non le farà bene, forse è gastrite» mentre si accingeva a versare il vino nei due calici. Quanta intimità in quella stanza. Quanto era bella allo specchio mentre con fermezza e indifferenza litigava con l’abbottonatura della collana, rossa, di corallo, comeil vino e come il suo sangue.
“Perdonami davvero, sai le cose hanno bisogno di tempo per scendere. Devo metabolizzarle per capirle. Perdonami se non ti ho spiegato, non avrei saputo farlo. Perdona il mio silenzio, non avrei saputo fare di meglio”.
Lui non annuiva, ascoltava. Come se quella fosse una conversazione telefonica, come se quella non fosse una conversazione ma un’apologia. Intanto, infatti, lei era ancora di spalle. E lui era visibilmente incazzato, forse per questo lei continuava ad armeggiare con la collana, che indossava forse per la prima volta, invece di girarsi, prendere il bicchiere e andarsi ad accomodare sul divano. Sapeva a cosa sarebbe andata incontro e fingeva nonchalance.
Era un fascio di corde di violino, tesa, rigida, pietrificata. Non azzardava movimenti per paura di sembrare impacciata. Non sapeva più chi o cosa avessero il controllo delle gambe, delle braccia, del corpo in toto, e della mente sopra tutto. Lui questo non lo poteva immaginare, gli restavano solo le sue parole, la sua schiena il suo collo. L’immaginazione senza interpretazione, è troppo difficile entrare nella mente di una donna, quando il suo discorso può voler dire tutto e il suo contrario. Gli attimi passavano lenti, sembrava già fosse passata un’eternità da quando lui aveva bussato alla sua porta. Il silenzio agghiacciante era sceso poi senza esitare, dopo l’ultima battuta, imperativo. Schiacciava i pensieri, li rimandava in loop, e passavano ancora nuovi attimi. Fino al decisivo e incisivo intervento di lui: “Gradisci un sorso di vino? Te l’ho già versato” stufo di non avere né un discorso né un interlocutore.
“Volentieri” e con una leggera torsione del corpo, come se volesse poi tornare di spalle dopo aver afferrato il bicchiere, lei si volta. E’ bellissima. L’aveva già vista mille volte, l’aveva già vista così bella, ma per lui era sempre come la prima volta. Era bellissima nonostante il piglio sostenuto. Era bellissima nonostante il ghigno a metà tra un sorriso e un’espressione irrisolta e malinconica. Era bellissima, nonostante gli sguardi si fossero incrociati solo per un attimo. Aveva questi occhi così profondi, anche se infondo di un banale castano, ma erano belli, erano la sua anima per intera, e lei la voleva tenere per sé. Li nascondeva, fingendo di guardare con attenzione il colore del vino, li nascondeva in quel rosso che sbatteva di riflesso sulla sua collana.
Lui no, lui li cercava. Era proprio curioso di leggere le sue emozioni, di guardarle dentro. Li cercava senza dissimulare, e li aveva catturati per un altro attimo, con la scusa di un brindisi “Ai tuoi racconti. Ah, no, forse è meglio che li digerisca prima. Allora alla gastrite”.
Aveva lo stesso sguardo di un cerbiatto in gabbia. La stessa paura mista al desiderio di fuggire, con la consapevolezza che le vie di fuga erano tutte ostruite, la consapevolezza di dover accettare lo scontro con il carnefice, o chissà, un alleato. Sapeva solo che doveva scontrarsi, ma si sentiva svantaggiata e scoperta.
Lui attaccava, e si sentiva anche un po’ padrone, un po’ spavaldo, come a voler dire “ora ti ho in pugno, confesserai”. Era sicuro di avere le spalle coperte e di giocare in casa. Era sicuro di sapere come attraversarle lo sguardo, la mente e l’anima. Era sicuro di saper arrivare alla verità, ma non aveva mai pensato alla “verità” concretamente. Aveva così tanto atteso e sperato, che non gl’interessava quasi più il risultato, ma la lotta. Mentre quella verità, così difesa a spada tratta, forse era una verità troppo profonda, una verità che supponeva responsabilità. Lui il problema non se l’era posto.
Lei, ferita, recupera con un gesto, con la completa torsione del busto, il suo orgoglio. Recupera la sua figura eretta, la sua spina dorsale e di sbilancia in avanti. Accetta il brindisi con un sorriso, lasciando ondeggiare quella collana in avanti, tra il bicchiere e il decolletè (forse una mossa tattica per sviare l’avversario) e aggiunge “Alle gastriti dell’anima, e al buon vino. Che le possa curare”.
Non era più un cerbiatto lei, era diventata sinuosa come una pantera. Con la stessa agilità era sfuggita dal suo sguardo dopo il brindisi, aveva allontanato dal tavolo una delle sedie barocche di velluto che lo circondavano, e ci si era accomodata, accavallando le gambe. Una grazia e un’eleganza che solo dopo aver ammorbidito quelle corde di violino poteva assumere. Aveva la stessa posa ed eleganza di una suonatrice d’arpa, di una musa, di qualcosa di etereo, di superiore. Non riusciva ad assumere sembianze umane, terrene. Non riusciva, in questo confronto, a lasciarsi andare e dire chiaramente a cuore aperto come stavano le cose.
Con in mano il suo bicchiere di vino rosso inizia il monologo: “Non ti dev’essere mai capitato, di avere una sorta di cattiva digestine emozionale, intendo. È davvero difficile da spiegare, e da capire se non lo vivi, per cui ti prego di lasciarmi parlare, di starmi ad ascoltare per un attimo e di provare a prendere per buono quello che ti dico, con sincerità. Ti sto parlando con il cuore in mano, prova a fidarti per un attimo e a credere davvero in quello che dico, anche se può sembrarti balordo”.

(to be continued)

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