Cattive digestioni #2

5 Feb

È così imponente, seducente. Il suo corpo, ogni elemento che lo incrocia, diventa una distrazione: dalla collana che continua a ondeggiare, al movimento del polso che smuove il vino, alla gamba nervosamente dondolante, allo sguardo, quel breve istante in cui si solleva dal vino per sfiorare quello del suo splendido interlocutore.

Sono così fisicamente lontani in questa stanza così piccola e ovattata, ricoperta da drappi, velluti, e legni scuri. In questa stanza così pesantemente imbottita, sono distanti. Non riescono a toccarsi, ma da quella distanza sono visibili per intero le loro figure. Lei è rinchiusa in abiti che ne definiscono perfettamente la figura, lui è più evanescente, più scomposto, disordinato. La sua camicia sbuffa da ogni angolo, le maniche tirate su frettolosamente dopo aver tolto il maglione, sono scomposte. Le figure, come le sostanze, sono così lontane  dal conoscersi e dal capirsi, da non riuscire a costruire un liguaggio comune neppure nell’aspetto.

Lui è distratto, ma annuisce. È incuriosito molto più dal modo di esporre che lei ha, come una narratrice onnisciente di una storia di cui già conosce ogni dettaglio oltre al finale, piuttosto che dal contenuto di quelle parole, che chiaramente prenderà sottogamba. Lei è brava, una splendida attrice, ha riacquisito il controllo di sé e l’ha infilato in quelle parole, insieme a un pizzico di autocommiserazione che l’aiuterà a sembrare più umana, più fallibile, degna del perdono.

“A volte racconto di me tutte le esperienze più esaltanti. Sono tutte vere, ma le racconto perché fanno ridere, e mi dipingono bene. Ma da quelle esperienze è passato del tempo, io non sono sempre la stessa, le esperienze mi segnano, mi cambiano, mi indeboliscono sempre di più. Non è detto che perché i miei racconti hanno sempre un lietofine io sia una persona felice. Non è detto che sia normale essere amica di tutti i miei ex. Non è detto che i comportamenti umani siano tutti, allo stesso modo, corretti e consequenziali.

Sono tutte vere le cose che ti ho raccontato, ma tra quelle esperienze e quella che sono oggi è passato del tempo e delle consapevolezze. Io sono un’altra, non riesco a prendere alla leggera situazioni che a pelle mi lasciano sensazioni tristi addosso. Non interrompermi, ti prego. Potrei non essermi spiegata bene, ricomincio.

Non voglio fare un melodramma, vorrei solo andare un po’ più a fondo nelle cose. Vorrei spiegarti realmente le mie sensazioni, perché sono quelle che incidono sulle decisioni, anche se sembra folle.

Ti ho conosciuto poco, ho avvertito dal primo momento un feeling. Ho creduto nella tua energia positiva, ti ho voluto nella mia vita. Ti ho cercato forse anche troppo. Ti ho cercato al punto di farti sentire desiderato e di spingerti ad allontanarti per sentirti richimare indietro, accrescendo così il tuo ego. Sono stata al gioco, l’ho fatto, anche perché non credo in questi giochi, credo nella necessità che abbiamo a volte di avere contatti con determinate persone, determinate energie. Ti ho cercato tanto, e non me ne sono mai né vergognata né pentita.

Tu mi hai risposto, mi hai ricambiato a tuo modo, con attenzioni che a me risultano vane, ma che caratterizzano un po’ tutti gli appartenenti alla tua specie: uomini. Siete così, come noi donne siamo così, come mi vedi: forti e dure quando si tratta di difendere l’orgoglio, ma con una voglia disperata di esplodere nella passione, nell’amore, della dolcezza, nell’angosica, nelle emozioni, tutte indistintamente. Abbiamo il sangue che ci bolle dentro per un motivo o per un altro, ma bolle. Non siamo figure da amare per la loro estetica, non siamo corpi, non siamo solo questo. Non siamo persone a cui la violenza non fa male, e tu di questo non ti sei accorto: della violenza.

È la violenza che cerco di digerire, è pesante, sai. Non basta né il vino né il maloox, né delle scuse sentite per qualcosa che, dal tuo sguardo è chiaro, ignori. Ti spiego.

Nella vita ognuno fa delle scelte. Ci sono periodi in cui ci va di essere un tipo di persona superficiale, altri in cui vogliamo essere profondi e sprofondare in noi stessi nell’attesa che qualcuno venga a ripescarci (nell’attesa che qualcuno si accorga di noi, ci prenda a cuore e ci venga a cercare). Ci sono persone che scelgono l’una o l’altra posizione per la vita intera. Ci sono periodi in cui va tutto storto e che, improvvisamente, si vede la luce. Siamo fragili, non abbiamo forze, ma la stiamo aspettando da così tanto tempo che ci rimbocchiamo le maniche e la troviamo quella forza perduta per andarle incontro. Non si può dire di no alla salvezza. E la si insegue, e ci sembra bellissima. Ci acceca, ci rende completamente inebetiti, ci fa brancolare, paradossalmente, nel buio, perché non vediamo altro, non percepiamo altro. E allora finisce che per entusiasmo ci buttiamo dentro questa luce, perché ci piace, e ci piace anche come ci sta addosso. Ci rende migliori, magici, interessanti. Ci torna il sorriso, il buon umore, ci sentiamo speciali. Arriva poi, per sbaglio o per caso, il momento di afferrarla. Siamo emozionati, ansiosi, sconvolti, tremiamo, c’irrigidiamo, titubiamo, un po’ soffriamo anche. Arriva la paura. Si sta così bene a un passo dalla luce, perché cambiare il nostro stato? Cosa ci accadrà dopo? Se facciamo questo salto è per stare meglio, per abbracciare tutta quella felicità, tutta quella bellezza, perché avere paura?

Ci diamo un altro piccolo slancio, con un piede tremante dietro l’altro e arriviamo al dunque: l’afferriamo. Improvvisamente vediamo tutto. Limitato quel fascio di luce vediamo anche tutto quello che c’è intorno: la realtà. E se ci guardiamo nelle mani, la luce c’è, non si è spenta, ma era forse una lucciola, una lampadina, un fuocherello. Era un’origine che in prospettiva si faceva grande della sua emanazione ma non era niente che andasse al di là, niente che non avessimo già visto. Non era niente di speciale. È questo il punto.

Mi sono sentita così speciale da assecondare quella spinta e fare quel passo in più per afferrare quella che credevo fosse la felicità. Quello che credevo fosse amore. Invece una volta racchiusa nelle mani quella luce mi sono accorta che non era amore, non era felicità. Era una fiammela d’entusiasmo, ed era sicuramente “meno” di quello che già avevo”.

“Ma tu non avevi niente. Credevi di averlo, ma era lontano da te. Non sapevi cosa fosse, volevi accontentarti di quel niente che da lontano era così bello da guardare ma non sarebbe mai stato tuo?”

“Non è così. Quel niente, come dici tu, era già mio. Lentamente gli avevo dato un nome, una vita, un ruolo nelle mie giornate. Eri diventato tu, con le caratteristiche che ti cucivo addosso. Anzi no, eravamo io e te insieme, un’unione così perfetta da dover rimanere intangibile”.

“Questa è follia. Mi stai dicendo che avresti preferito non incontrarmi perché non sono stato quello che volevi che fossi?”

“No, ti sto dicendo che avrei preferito non incontrarti perché avevo già quello che volevo da te, anche se non eri tu. Ma fammi finire, le risposte non saranno mai esaurienti quanto il mio discorso per intero. Non sto dicendo che non ti avrei voluto incontrare, ti sto dicendo che avevo visto un potenziale in quella fiammella, avevo visto delle cose bellissime, forse solo perché le volevo vedere, forse volevo riaccendere quei carboni assopiti che languono nel mio petto. Forse volevo sognare. La mia reazione, il mio fuggire, sparire, sono state le uniche reazioni possibili alla violenza. La violenza dello shock che può avere un sonnambulo con un brusco risveglio. Tu non c’entri, io sognavo, dormivo, vagavo sulla terra percependo le cose in modo diverso. Poi sei arrivato tu, in carne e ossa, e mi hai svegliata, con uno scossone. Credi mi abbia fatto bene? Non ho detto che rientrasse nella tua volontà, ma così è stato: ho sbattuto contro di te, o tu contro di me, non importa. Ci siamo scontrati mentre tu avevi gli occhi aperti e chiamavi le cose con i loro nomi, e io avevo gli occhi chiusi, dormivo, sognavo. È stato un duro risveglio, mi irritava qualsiasi cosa. Mi irritavano i tuoi gesti: non erano quelli che avevo visto nella mia versione dei fatti. Mi irritavano le tue parole. È involontario tutto ciò, è involontaria una presa di posizione acida da parte mia (anche nei miei confronti). A un certo punto ho iniziato a razionalizzare, a calmarmi, a dirmi che la colpa non era certo tua, anzi, era mia. Provavo con insistenza a rovinare qualsiasi cosa toccassi, ma non sapevo come controllarmi, non sapevo come fosse possibile tornare indietro. Provavo a esternare una simpatia ridicola, e più lo facevo, più mi odiavo. Non ho trovato una soluzione logica né un comportamento tale per tutta la serata. Mi sono odiata, ho odiato te, ho odiato quella fiammella che mi aveva illuso, ho odiato me stessa, perché mi sono fatta illudere. Ho pensato che sarebbe stato meglio rivederci, che sarebbe stato meglio provare ancora, senza illusioni. C’ho pensato ma non ho avuto il coraggio. Si può saltare una sola volta il vuoto, o la luce, o il fuoco. Se ti fai male, la seconda volta sai bene a cosa vai incontro, e a quel punto il coraggio non ce l’hai più, e i lividi e le bruciature ti ricordano di non farlo ancora. Per questo sono sparita, sono scappata, ma mai del tutto. Per questo sono qui, un piede dentro e un piede fuori, ad aspettare che tu faccia una mossa, per potermi regolare di conseguenza. Per questo sono qui, a raccontarti tutto per svuotarmi di un peso, perché solo così si può digerire un masso. Per questo ti racconto, e pur sentendomi stupida non ti chiedo scusa e non smentisco l’importanza delle mie parole. Sono pienamente cosciente delle cose che dico, e non ho altro da aggiungere”.

Finito il suo discorso si sentiva nuda, ma orgogliosa. Si era trincerata dietro quel bel calice ormai vuoto, sorso dopo sorso, nervosismo dopo nervosismo. Si era nascosta, nel suo sogno, nel suo sonnambulismo. Anche questa volta non importava la risposta, non l’avrebbe neppure ascoltata. Non le interessava un parere, per lei la storia era chiusa. Il dolore della violenza bruciava ancora nello stomaco, e il vino di certo non le alleviava l’infiammazione. Era lì, nuda con il suo orgoglio su un piatto d’argento, ma si sentiva piena di coraggio. Aveva parlato, aveva spiegato perfettamente le proprie sensazioni, le aveva razionalizzate e messe lì, idea dopo idea, concetto dopo concetto, come in un abecedario.

Era sola, col suo bicchiere e le sue certezze, e quella luce nella sua testa, che nella realtà si era spenta irrimediabilmente.

Le passava per la testa un racconto, una favola per bambini, in cui le api in una terra primigenea andavano a braccetto con le loro cugine lucciole perché non c’era luce, non c’era sole, non c’era alcuna possibilità di vedere il mondo perché era buio. E pensava al coraggio di quelle lucciole che, sentita l’urgenza, si erano radunate imitando le api e avevano costruito una sorta di alverare, una fabbrica di luce. Lucciola dopo lucciola erano diventate un sole.

Le passava per la testa questo racconto, quella luce, la volontà. A volte le cose possono essere come le vogliamo, solo perché vivono nella nostra mente, nella nostra fantasia, nel nostro cuore.

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