Carillon emozionale: la terapia di Myriam Laplante

18 Jan

Nasce r(e)l( )a): modello d’intervento culturale nella città.

Dal 10 gennaio al 5 marzo le ex officine di via Ghisleri (Roma, Pigneto) ospitano il progetto che nasce sulla scia dell’idea di riutilizzo di spazi urbani che hanno esaurito la propria funzione. Nella maggiorparte dei casi si tratta di ex fabbriche o officine, nei periodi successivi alle crisi industriali.
Obbiettivamente lascia parzialmente sorpresi ritrovarsi nei 3000 mq di un’ex officina automobilistica ancora in piedi. Nell’Italia del non-uso, dei finanziamenti ricevuti, intascati e mai reinvestiti, ci troviamo spesso davanti opere, colossi, ospedali, fabbriche, mai portati a termine, traballanti. Di solito sono questi gli spazi ri-utilizzati dall’arte metropolitana. Trovarsi in un’officina perfettamente inpiedi, è un chiaro segno di crisi industriale.
Il progetto prevede una serie di interazioni con i presenti, dai reading, a conferenze in cui discutere del futuro dell’arte, dell’economia e della cultura (tre concetti che non sembrano mai essere legati tra loro) a performance, forse la parte più interessante.
Il 17 gennaio era la volta di Myriam Laplante con il suo progetto “terapia”, una terapia di gruppo psichedelica-supportiva di tipo cognitivo-comportamentale adatta per il trattamento di molti tipi di disturbi psicologici e psichiatrici in particolare nella gestione dei disturbi d’ansia e dell’umore, e altre forme sindromiche innescate dalla nostra frenetica, depressiva ma tanto amata società.
All’interno di questa officina ci indicano una saletta, buia, con materassi. Ci guidano, senza darci punti di riferimento, Ci sediamoa terra e qguardiamo fissi davanti a noi, come siamo soliti fare in attesa di poter “dire la nostra” sulle mille espressioni che trova l’arte contemporanea.
Davanti a noi una scrivania bianca e tre luci. Un momento di suspance in questo buio post-industriale che un po’ angoscia, e compare dietro una di quelle lucine Myriam Laplante e una valigia. Una donna sulla cinquantina con occhiali da sole tondi stile chanel ci guarda (chissà cosa vedrà con quel buio) e cinicamente ci fa sorridere. Ci fa riflettere. Ci invita a rilassarci, anche se è chiaramente snervante quel buio e quell’attesa. Svilisce i problemi di tutti i giorni, ci fa sorridere. Effettivamente le “briciole sulla tavola prima di una cena importante” non sono un problema poi così grave. “Infondo nessun problema è poi così grave” è quello che mi viene da pensare, e m’interrompe il flusso di pensieri la sua sfilza di imprecazioni violente contro la società e i capi della stessa. Myriam apre la valigia, prende un gonfiatore e passa almeno 15 minuti a gonfiare, lasciandoci col fiato sospeso, una bambola gonfiabile rinchiusa nella valigia con cui entrata. Mette angoscia quell’attesa, ancora una volta. La veste, le fa indossare un tutù. Penso alle infinite volte in cui appare una bambola gonfiabile in spot e video oggi, e a quanto scapore fece a suo tempo la copertina di “Porno” di Irvine Welsh. Indossa un cappuccio nero, dei guanti neri. L’angoscia sale. Spegne la luce. Ed ecco che cala la tensione: parte la musica di un carillon e Myriam inbraccia la bambola con il suo tutù psichedelico e luminoso, si sposta davanti alla scrivania e inizia a far girare la bambola, lentamente. E noi lentamente osserviamo questa danza rilassante fino alla fine della carica del carillon. Un carillon emozionale per farci dimenticare per un attimo i problemi futili della quotidianità.

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