assemblaggio di riflessioni sparse

18 Apr

Corro, corro, non riesco a fermarmi. Non riesco a fermare neppure i pensieri convulsi che sembrano correre più veloci e  poi dissolversi.

Corro e dimentico, senza fare caso alla pesantezza dei pensieri, a quanto siano giusti corretti.

Poi a volte, quasi per sbaglio, mi fermo un attimo a prendere fiato. Come se quel momento fosse dedicato esclusivamente a me, ai miei polmoni, alla mia stanchezza. Ed è lì che i pensieri ritornano, o arrivano frasi nuove che risvegliano vecchi ricordi rimasti in fieri.

Così in questi giorni sono risalite a galla quelle riflessioni un po’ assopite, quel desiderio di ribellione, quella voglia di denuncia, quel rigetto per l’apatia di una generazione, e dall’altro lato la frustrazione di una generazione che vorrebbe fare, ma ho trovato troppi paletti per avere ancora l’energia.

E’ questo il punto: la frustrazione. La nostra nazione è vecchia, e questa è ormai storia antica. La nostra nazione è inoltre nepotista. Non c’è possibilità alcuna che un “figlio di nessuno” si trovi la strada spianata o quantomeno non stracolma di ostacoli da superare. La nostra storia è fatta di grandi illuminati che credono di essere tali nei secoli dei secoli, pur accorgendosi che il tempo passa e con lui anche la tecnologia, le abitudini, gli interessi, gli obblighi morali. La nostra vita è fatta da piccoli grandi illuminati, anche un po’ datati, che continuano a dire ai giovani tutto quello che dovrebbero fare, secondo i loro irremovibili dogmi. Questi grandi illuminati di una volta sono un po’ i nostri maestri di vita, quelli che a un certo punto del nostro camino dovrebbero appoggiarci una mano nel centro della schiena e con voce rassicurante dirci “adesso continua tu”, per poi voltare le spalle e uscire di scena. Quello che accade nella realtà è diverso, quello che i nostri maestri di vita fanno è invece abbracciarci fingendo affetto con il solo fine di tarparci le ali.

In questi giorni ho avuto due grandi dimostrazioni di emancipazione mentale, da due donne, due grandi donne, che in un momento di quotidianità hanno dato sostegno quasi con distrazione a una teoria che dovremmo, noi generazione precaria, fare nostra.

Una frase mi ha colpito molto, mi ha fatto risvegliare le riflessioni:

“Eravamo lì a manifestare, tutti insieme, giovani e adulti, due generazioni, insieme, anche se insieme non eravamo. A un certo punto ci siamo resi conto che tutti stavano lì a dire a noi, i giovani, quello che dovevamo essere, quello che dovevamo fare, come ci dovevamo comportare. Allora noi ci siamo stancati, ci siamo alzati in piedi e abbiamo detto con voce chiara e decisa che noi eravamo lì come gli altri per manifestare, per esprimere le nostre opinioni, non le loro”.

Ma poi, questi giovani, sono rimasti lì. Hanno raccontato il loro punto di vista, si sono fatti strada tra le idee degli altri, con grande fatica, ma non si sono arresi.

In quanto giovani hanno capito e creduto e tenuto salde le proprie idee. Potevano, stanchi degli obblighi, alzarsi e abbandonare la manifestazione, raccontandosi la solita storia: questo è un paese per vecchi.

Invece no, invece sono rimasti lì, non hanno accettato di perdere la parola.

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