appartenenze

12 Jul

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stanotte ho sognato di appartenermi.

Appartenere a me stessa, che strana sensazione. Piacevole. Una nuova scoperta.

Sì perchè l’appartenenza è un po’ come il naso di Vitangelo Moscarda: ce l’hai, pensi di sapere come e cosa sia e poi un giorno ti guardi allo specchio e ti sembra di farlo per la prima volta, e scopri che la realtà è una cosa diversa. Che quello che credi di te stesso non c’entra assolutamente con quello che è. E’ difficile poi fare i conti con se stessi. Gli altri li puoi accusare, incolpare, ignorare. Puoi urlare, piangere e aspettare una reazione opposta e contraria, o anche assolutamente simile e incomprensibile. Aspetti la prossima mossa. Questa è la differenza più grande.

Quando sei tu l’antagonista puoi restare ad aspettare la prossima mossa per una vita intera. E poi un giorno scopri di appartenerti.

Sì, stanotte l’ho sognato, è stato strano. All’inizio non capivo cosa fosse quella strana sensazione mista a rilassamento e tenerezza. Mi sono fatta tenerezza. Questa è la verità. Solo dopo ho capito che ero io a provare quel sentimento doce per me stessa. Non aveva senso, continua a non avere senso. Non ha senso aspettare la prossima mossa e non ha senso farne una. Non ha senso, ma è stato bello. E’ stato bello per la prima volta sentirsi propria, qualcuno avrebbe detto “Sono Mia”, ma non è una questione di femminismo. E’ una nuova intimità, spirituale.

Un corpo è solo un mero contenitore, è difficile spiegare al mondo che dentro c’è qualcosa di immensamente grande, e che non può venir fuori da parole o sguardi. E’ per questo che stamattina mi sono guardata intorno. Ho aperto gli occhi e ho creduto di trovare lui affianco a me. Lui nella solita posizione fetale di ogni mattina. Lui, quello che non mi ha mai lasciato dormire senza avere addosso qualcosa di suo: una maglia, un braccio, anche solo il suo odore. Quello che con la sua gentile invadenza, il suo affetto, il suo amore, mi trasformava in oggetto.

Come si può credere di avere pieno possesso di qualcosa che sta fuori dal tuo corpo e non ha legami? Come si può pensare che la persona con cui condividi il letto, le passioni, la vita, sia una sorta di estensione del tuo essere. Io non l’ho mai creduto. Non ho mai creduto che bastasse la tenerezza di un abbraccio, due salti insieme sulla musica più bella del mondo, le risate, quelle di cuore, con le lacrime agli occhi. Non ho mai creduto fossero per sempre.

E’ per questo che stamattina mi sono girata e rigirata nel letto, senza sentire il suo odore, senza avere addosso il suo abbraccio, e ho respirato, nel dormiveglia, quella leggera essenza di lavanda: le mie lenzuola. Ho sempre odiato la lavanda. Mia madre la infilava ovunque quando ero più piccola. Solo in un momento ho potuto apprezzarla davvero, quando lontana dalla mia vita mi è arrivato un pacco di vestiti e affetto, e scartandolo è venuta fuori tutta quella ostinata lavanda: mia madre per un attimo mi ha abbracciato a distanza.

Ecco, stamattina per la seconda volta ho apprezzato l’odore di lavanda e ho sorriso al sole che mi accarezzava il volto dalla persiana. Ero sola nel mio letto perfettamente composto. Nessun cenno di lotte nè di presenze altrui. Ero sola con me stessa e stavamo così bene. Io e me stessa. In perfetta sintonia festeggiavamo l’assenza del nemico.

Sono passati nove mesi. Sono lontana da quel momento ma lo ricordo ancora. Quell’ebrezza del dormiveglia mi aveva regalato il primo sorriso in intimità. Sorridevo a me stessa senza aspettare altre mosse. Me lo ricordo perfettamente, lo sento dentro, nello stomaco. E’ stata una bella scoperta l’appartenenza, ma non so perchè oggi la guardo con altri occhi. Mi fa tenerezza il mio sguardo di allora. Ricordo come volevo che fosse, non posso fare diversamente, non ho mai sorriso con gli occhi così spontaneamente a uno specchio, ma so come volevo che fosse, e non è quello che sento ora. C’è altro nel mio sguardo. La malinconia? La nostalgia? La consapevolezza che appartenere a se stessi è un lavoro molto più duro e sporco: non c’è un momento in cui tu sia realmente in pace con la coscienza.

Sì perchè c’è quel lato di te che continua a guardarti con sospetto, come se ogni sorriso fosse falso. Ma io lo ricordo quel sorriso. Quella mattina, la sera prima, i giorni addietro.

Ho sempre voluto che la mia vita fosse condizionata dalle mie scelte, solo ed esclusivamente dalle mie. E una sera come tante, per un capriccio dell’orgoglio, ho buttato fuori una mia massima: non credo possiamo andare avanti.

Ogni attimo, ogni gesto di appartenenza, mi sembrava vano. Non sentivo di appartenere, nè a me nè a lui, nè a nessun altro. Mancava qualcosa, e quell’affetto gentile che nel dormiveglia veniva fuori, quegli abbracci che nel momento meno cosciente della vita volevano dire “non ti lascio andare” a me sembravano catene. Una camicia di forza mi legava a lui e ai nostri vani silenzi.

Ho provato a piangere e disperarmi, a fuggire, a fare il contrario di quello che mi veniva richiesto. C’era qualcosa che dentro e fuori mi diceva: non possiamo andare avanti.

Me la ricordo bene quella mattina, ricordo il mio sorriso, anche se non mi guardavo allo specchio lo ricordo. Era un sorriso che partiva dallo stomaco, ma aveva con sè un pizzico di rancore, di sfida. Me lo ricordo perchè so benissimo come volevo che fosse, e a chi era indirizzato: a me stessa. Me lo ricordo, anche se non l’ho visto, perchè ricordo bene quello della sera prima, allo specchio. Non era un sorriso, erano lacrime, era disperazione. Era la domanda perpetua: perchè?

Me lo ricordo come fosse ora quel senso di inappartenenza, di vuoto, di silenzio. Ricordo il suo abbraccio quando mi sono girata di fianco, nel letto, e ho tirato su il lenzuolo. Me lo ricordo, perchè non c’era. E c’era il lenzuolo: lui lo detestava. E non era per la lavanda, o per il caldo: eliminava il contatto. E lui non sentiva il mio come un corpo estraneo. Per lui ero esattamente il prolungamento del suo, ma solo nel sonno, solo quando la razionalità non esiste.

Me la ricordo quella disperazione, quando ho varcato la soglia di casa asciugandomi le lacrime. Mi dicevo “è tutto finito, sei a casa”. Poi mi guardavo intorno e vedevo lui, in ogni cosa.

Ho cambiato la disposizione dei mobili, ovviamente. Niente prova lontanamente a ricordarmi la sua presenza, tranne quello spazzolino: il primo.

Non l’ho mai buttato, mi faceva pensare al mio libro preferito e alla dolcezza di un simbolo, per fare pace. Ho sempre pensato che prima o poi avremmo fatto pace. Non che saremmo tornati insieme, no. Quello non l’ho mai pensato sul serio. Ho pensato alla pace. Non ci siamo ancora arrivati.

La sento addosso quella disperazione, ora, perchè ho sognato l’appartenenza. Me la sento addosso perchè quella sera, nella casa che non era più la mia casa, ho aperto la solita anta dell’armadio, quella con lo specchio, che da bambina lasciavo sempre aperta sperando fosse una sorta di porta segreta che mi portasse tutte le persone che richiamavo intensamente col pensiero. L’ho guardato fisso quello specchio mentre il mio volto cambiava espressione, e diventava ogni secondo più brutto, più  triste, disperato. L’ho fatto a posta. Ne avevo bisogno. Dovevo guardarla in faccia la mia disperazione, e dirmi anche “sei un’idiota”. Io quella disperazione la dovevo guardare in faccia per ricordarmi

cosa

precisamente

non avrei mai più voluto incontrare.

E la mattina dopo era una festa. Era passata la notte con i suoi dolori ed ero sola, nel mio letto, con me stessa.

Era tanto che non mi sentissi davvero me stessa, e l’ho apprezzato.

Ma forse non è stato allora che ho scoperto l’appartenenza. Forse allora ho scoperto l’assenza.

2 Responses to “appartenenze”

  1. samantha 13 July 2011 at 08:12 #

    Clap Clap come sempre

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